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Toscana / Artigianato tradizionale

La paglia di Signa

Nel '700 a Firenze si diffusero le coltivazioni di grano per la creazione di cappelli. Nacquero così le "trecciaiole"

Scritto da Iacopo Cassigoli il 1 novembre 2002

Giornalista
La paglia di Signa
L'arte dell'intreccio della paglia ha avuto in Toscana una grande fortuna, a cominciare già dal 1500. Questa attività artigianale, ampiamente documentata, era diffusa specialmente a Firenze e nel suo immediato comprensorio. L'industrializzazione della paglia si sviluppò efficacemente a partire dal XVIII secolo nei paesi della "piana", a Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Brozzi, e poi anche a Prato, Empoli, Quarrata e soprattutto alle Signe.
Particolarmente importanti erano le manifatture di Fiesole, che si distinguevano per la creazione di raffinati intrecci detti "bigheri" o "bigherini", tipo di trecce alla "svizzera" - miste a crine, cotone, seta, ecc - originarie della cittadina di Wolhen nell'Argovia, valle dove era diffusa la coltivazione della segale, i cui lunghi steli venivano intrecciati dai contadini già dal Quattrocento. Alla fine del Settecento Wolhen, assieme a Firenze, era il centro più importante per la produzione e il commercio della paglia. Molte imprese svizzere trasferirono però le loro manifatture a Firenze e soprattutto a Fiesole, per ampliare e differenziare un catalogo già ricco, e soprattutto per questioni di migliore commercializzazione, potremmmo dire di "marketing", dato che il nome di Firenze aveva da sempre, a differenza della cittadina svizzera, la sua naturale risonanza internazionale.

Campi di paglia
Tra le manifatture toscane Signa ebbe un rilievo peculiare. Nel primo Settecento vi giunse da Bologna Domenico Michelacci, che probabilmente da tempo produceva o commerciava cappelli. A Signa sperimentò con successo per la prima volta nuove tecniche di coltivazione, raccolta e lavorazione del grano. La novità del Michelacci, sostanziale e rivoluzionaria rispetto alla produzione precedente, consisteva nell'utilizzo del grano non più per fare il pane bensì esclusivamente per la produzione della paglia, che fino ad allora era invece sempre stata un materiale di risulta. Per ottenere una paglia più soffice e sottile Michelacci cominciò a seminare il grano fitto fitto, per raccoglierlo poi prima della maturazione, quando era ancora molto fine. Le qualità di seme adoperate erano il "Semone" e la "Santa Fiora", varietà del grano "Gentil rosso con resta". Nella fase del raccolto gli steli riuniti in piccole fasce maneggevoli si chiamavano "manate", che in gran quantità formavano un fastello. La raccolta veniva fatta a cottimo dai contadini e la preparazione della paglia proseguiva attraverso varie fasi, dalla sfilatura alla legatura fino alla zolfatura, quando i fastelli, dopo immersione in acqua e successiva sgrondatura, venivano chiusi in stanzini ermetici, dove i vapori di zolfo bruciato conferivano alla paglia un omogeneo colore biancastro. Con l'agguagliatura si dividevano gli steli a seconda della dimensione, e con la spigatura si separava lo stelo dalla spiga. Le trecce fatte sempre a mano dalle "trecciaiole" erano di vario genere, distinte in base al numero di fili di cui erano composte, e poi a seconda che servissero per la realizzazione di un cappello cucito a macchina oppure a mano. La produzione meccanica fu incrementata negli anni Venti del Novecento; la manifattura delle trecce di paglia rimase in Toscana un'attività fondamentale almeno fino al 1929, anno della grande crisi economica internazionale, e sopravvisse fino a poco oltre la seconda guerra mondiale. Già nel XVIII secolo la produzione toscana, specialmente quella delle Signe, si era espansa fino a coprire le richieste del mercato anglosassone. Dal porto di Ponte a Signa per via fluviale - l'Arno era infatti navigabile e utilizzato per scambi commerciali - i manufatti giungevano a Livorno, dove si imbarcavano verso i più importanti porti d'Europa. Per tale ragione un tipo di cappello di paglia era denominato "Leghorn", nome inglese della città labronica.

La rivolta delle trecciaiole
Attorno alla paglia ruotava dunque fin dal Settecento un'attività davvero importante, che rappresentava una tra le principali entrate economiche del Granducato, e ancora agli inizi del Novecento costituiva una risorsa di grande rilievo. Le trecciaiole e le sigaraie ebbero un ruolo da protagoniste nelle rivendicazioni sociali e sindacali tra Otto e Novecento, all'interno del più ampio e drammatico contesto di lotta della donna per la propria emancipazione. Celebre a tal proposito rimarrà lo sciopero ad oltranza delle trecciaiole di Brozzi, Signa e San Donnino, proclamato il 15 maggio del 1896, che innescò una miccia che fece esplodere l'intero comprensorio della paglia, e che fu violentemente sedato dalla polizia dopo molti giorni di coraggiosa e infuocata protesta. Per tenere bassi i costi di produzione si importavano anche allora trecce realizzate dove la manodopera costava meno, col tragico effetto di togliere lavoro alle trecciaiole.

Il museo
La paglia nella storia
A Signa, per salvaguardare e perpetuare una straordinaria memoria storica, artistica e sociale della collettività, su iniziativa di alcuni industriali e del Gruppo archeologico di Signa, e col sostegno del Comune, è nato il Museo della Paglia e dell'Intreccio intitolato a Domenico Michelacci, nelle cui sale sono esposti antichi strumenti di lavoro manuale, trecce, bigheri e pregevoli ornamenti che testimoniano la fantasiosa creatività delle trecciaiole signesi, nonché una raccolta di cappelli di paglia dalla fine dell'Ottocento alla metà del secolo che si è chiuso da poco.

Museo della Paglia e dell'Intreccio "Domenico Michelacci", via degli Alberti 11, Signa.
Visitabile su prenotazione martedì e sabato 9.30-12.30, mercoledì, giovedì e venerdì 16-19, tel. 055 875257.
Info: www.museopaglia.it, info@museopaglia.it

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