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Toscana / Caffè storici

La patria del poncino

Le originali vicende dei locali livornesi

Scritto da Pier Francesco Listri il 1 novembre 2002

00000031-00000001 Giornalista e scrittore
Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso".

Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar".

Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.
La patria del poncino 2
Quanti erano, una volta, i bei caffè di Livorno! Ma come, dove e perché? Partiamo dal come: a Livorno caffè non significa la normale bevanda nota in ogni altra parte dell'Occidente, bensì quel ponce, o poncino, detto in casi eccellenti 'ponce nero peciato', cioè caffè corretto con buon rhum, meglio se caldissimo e servito in bicchiere, che da due secoli e più è nettare per i livornesi, sul lavoro e nel ristoro.
Dove: nella città ultima nata fra quelle toscane per volere dei Medici fra Cinque e Seicento, come testa di ponte capace di proiettare la Toscana sul Mediterraneo, i caffè sorsero, i più antichi e fin dal Settecento, sulla gran via detta Ferdinanda (oggi via Grande) e sulla piazza principale chiamata dei Granduchi (oggi Piazza della Repubblica). Per corroborare la fatica portuale e il viavai dei trasporti, non pochi caffè fiorirono anche attorno al porto.
Infine, caffè perché: caffè vuol dire luogo di incontro. A Livorno a favorire il sorgere di questi accoglienti ritrovi, spesso dotati di eleganti e rossi divani, furono più motivi: la lunga e fiorente vita artistica; il concorso di tante "nazioni", cioè armeni, ebrei, spagnoli e quant'altri convenuti qui dalla fondazione; infine il carattere cameratesco, aperto e libertario del popolo livornese.
Densa, seppur breve, è la storia di Livorno, fra il Sette e l'Ottocento, primo porto del Mediterraneo, e fino a ieri seconda città della regione per numero di abitanti. La creazione del porto franco la rese fin dal Settecento ricca e centrale, non solo per i traffici. L'apertura sull'Europa le permise di esser la città toscana dove apparve pubblicata la traduzione italiana del monumento della cultura illuminista, cioè la parigina Encyclopèdie nel 1770. Qui fiorirono templi di varie fedi religiose, fra cui bellissime sinagoghe, mentre, poco dopo, il Poccianti dotava Livorno di splendide architetture neoclassiche a fronteggiare le più antiche Fortezze medicee, vecchia e nuova.
La patria del poncino
La via Ferdinanda era strada aristocratica e fervida di commerci, in certe epoche perfino vietata al popolino e alle prostitute, e gremita, fin dalla fine del Settecento, e più ancora in epoca napoleonica, di caffè illustri. Ne resta oggi memoria dei nomi: Caffè della Speranza, Caffè del Giappone, Caffè Greco, Caffè della Minerva, gli ultimi due forse i più celebri, battuti solo dalla notorietà del leggendario Caffè L'Americano, un curioso locale ricco di addobbi e suppellettili all'orientale. Il più affollato e ospitale fu forse il Caffè Greco, fondato appunto da un padrone di nazionalità greca, frequentato da avventori di tutti i paesi. Fu brevemente frequentato dal Manzoni, quando nel 1827 scese da Milano a Firenze per 'risciacquare i panni in Arno' del suo immortale romanzo. Quanto al Caffè della Minerva, ebbe, durante tutto l'Ottocento, una duplice fama: come ritrovo dei patrioti prima, poi degli artisti. Pare lo frequentasse Mazzini stesso, nei caldi anni del '48-'49, e da qui partirono molte idee unitarie, sicché il caffè fu chiuso dalla polizia granducale e poté riaprire solo negli anni '60 dell'Ottocento, quando prese ad essere meta degli artisti e dei letterati, fra cui spiccava il satirico Giuseppe Giusti. Si vuole, storia o leggenda, che sui suoi tavoli il compositore Gaetano Donizetti scrivesse alcune pagine della "Lucia di Lammermoor".
Più tenace nella memoria livornese resta però il Caffè della Posta, aperto nel nuovo centro cittadino, vicino all'attuale Piazza della Repubblica. Fu centro attivo di patrioti mazziniani e guerrazziani (il Guerrazzi stesso lo frequentò). Celebre per i suoi forti ponce, era anche un locale assai elegante, con specchi e divani e con i camerieri in frac. Ritrovo dei livornesi più politicamente impegnati, il Caffè della Posta, prima ridotto a piccolo caffè, chiuse ai primi del Novecento.
Dal 1908 al 1921, breve ma intensa stagione, il caffè degli artisti più celebrato a Livorno fu il Caffè Bardi, presso Piazza Cavour. Era, tramandano alcuni disegni, tutto affrescato da pittori illustri, come il Romiti e il Natali. Lo frequentarono D'Annunzio e, nelle rare rimpatriate livornesi, anche il grande Amedeo Modigliani. Decadde poi negli anni e chiuse alla vigilia della fondazione in Livorno del Partito comunista italiano, ai primi anni venti.
Quando il Bardi chiuse, aprì invece il Caffè Folletto, agli Scali d'Azeglio, che intitolò a Garibaldi un suo angolo frequentato da superstiti garibaldini livornesi. Fu anche ritrovo d'artisti e durò a lungo fin che, chiuso, ha visto riaprire sulle sue spoglie un nuovo caffè che porta lo stesso nome. I tanti pittori, di cui Livorno è stata davvero capitale, ebbero anche un altro locale che merita una fugace citazione, il Caffè Le Colonne, sorto presso il Teatro Rossini e distinto, appunto, da due eleganti colonne all'ingresso.
Un altro capitolo richiama i caffè livornesi. E' noto che, nell'Italia da poco divenuta regno unito, Livorno fu a lungo capitale delle 'bagnature', avendo inaugurato la nuova, moderna abitudine della villeggiatura. Un grande cronista del tempo, Yorick, ci ha lasciato, in un gustoso libro, la memoria delle eleganti follie che ebbero come scenario sul finire del secolo - prima che i villeggianti si trasferissero nella allora appena fiorita Versilia e a Viareggio - i bagni Meyer e soprattutto Pancaldi, immortalati nella sua 'rotonda' dal grande pittore livornese Giovanni Fattori. La stagione delle bagnature portava a Livorno un pubblico rinomato fatto di politici, di alti militari, di prime donne dello spettacolo, ed è dunque naturale che fiorissero in città, a fine Ottocento, numerosi caffè con orchestrine e vasti parchi con tavoli a sedere, dove si davano anche spettacolini mondani.
Fra questi lo svizzero Caffè Riffel, dotato di orchestrina, il Caffè Busoni, il Caffè Gambrinus. La memoria ha cancellato molte delle insegne che qui abbiamo ricordato, ma non si è esaurita la voglia intrepida dei livornesi di bere ponce e 'fare burletta' in altrettanti, nuovi ed accoglienti, caffè della città.

Molti dizionari liquidano la parola "ponce" come "traduzione italiana di punch"... Altri giurano che Garibaldi, di passaggio da Livorno, abbia esclamato: «Buono! Questo riscalda come il mio poncho!».

Anche se in molti bar livornesi è possibile gustare un buon ponce, il tempio indiscusso di questa bevanda è il Bar Civili, in via del Vigna, a due passi dalla stazione ferroviaria.

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