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Toscana / A Massa Marittima

L'albero della fecondità

Un recente restauro alla fonte pubblica rivela un affresco alquanto "boccaccesco"...

Scritto da Riccardo Gatteschi il 1 novembre 2002

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.
L'albero della fecondità 3
La fantasia popolare si è spesso sbizzarrita, nel corso dei secoli, a raffigurare i frutti più strani che un albero potrebbe produrre. Frutti esotici, nella maggior parte dei casi, ma anche simbolici come, per esempio, denaro sotto varie forme oppure esseri umani o anche animali. Ma i frutti che pendono in gran numero dall'albero raffigurato in una parete della fonte pubblica di Massa Marittima non si erano mai visti; è qualcosa di originale e di inedito, almeno per la Toscana.
L'albero della fecondità 2
Costruita nel 1265, come attesta un'epigrafe, la cisterna di Massa venne impreziosita da un affresco che, con il passare del tempo, era quasi del tutto scomparso a causa di più d'una scialbatura, ma soprattutto per le incrostazioni calcaree formate dalla costante presenza dell'acqua.
Soltanto pochi anni fa si è dato mano ad una ripulitura della parete interna del primo dei tre contenitori, e piano piano è riaffiorato, fra lo stupore degli stessi restauratori, quell'affresco del tutto inusuale.
Quasi come avesse le radici nell'acqua stessa della fonte pubblica, un maestoso albero si innalza fino alla cuspide della volta ogivale, con molti rami e molte foglie. E fra i rami e le foglie, cosa pendono in gran numero? Organi sessuali maschili. Falli di varie dimensioni e forme, con differenti inclinazioni, in posizioni più o meno pendule, ma tutti in rigida erezione.
La scena si fa ancora più intrigante quando l'occhio passa ad osservare le figure che si muovono all'ombra dell'albero: alcune donne sono in placida contemplazione, due si accapigliano per il possesso di un fallo, un'altra sembra intenzionata a far cadere qualche "pisello" sbattendolo con un bastone... E qua e là volteggiano grandi volatili che hanno tutto l'aspetto di corvi.
L'albero della fecondità
Difficile decifrare la simbologia nascosta in quelle immagini. Chi propende per una sorta di evento propiziatorio con la similitudine "fonte dell'acqua uguale a fonte della vita", altri ritengono di vedere in quell'affresco "la rappresentazione di uno dei fondamenti elementarmente umani della vita".
Una cosa è sicura. Alla luce di questo affresco si può stabilire con una buona dose di certezza che nel XIII secolo i costumi erano più liberali di quelli dei secoli successivi. Non si tratta infatti di un dipinto creato in uno spazio privato né tantomeno in un postribolo o comunque in un luogo dove si facesse commercio sessuale. Si tratta invece di una fonte pubblica, un luogo di enorme importanza per l'epoca in cui fu costruita, e all'interno della quale tutti avevano libero accesso.
L'albero della fecondità 4
Ma quelle esplicite raffigurazioni, così apertamente accettate nel XIII secolo, suscitarono evidentemente la riprovazione delle generazioni successive, se si sentì il bisogno di nascondere in ogni modo quelle immagini ritenute scandalose. Cosicché, fallo dopo fallo, tutti furono cancellati con della tinta bianca e rimpiazzati con più consone bacche o frutti di colore rosso. Persino il "pisello" conteso dalle due donne era stato nascosto all'interno di un secchio, in modo da dare un'impressione del tutto distorta su quale fosse il "pomo della discordia".

Questo racconto è tratto dal libro "Diavoli, santi e bona gente" di Riccardo Gatteschi, ed. Centro editoriale toscano, prezzo di copertina 6 euro, nei punti vendita Coop

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