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Il bucato con la cenere

Scritto da Miriam Serni Casalini il 1 aprile 2000

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Nei "Quaderni di San Gersolè", tra i temi e
Il bucato con la cenere
le illustrazioni degli alunni della famosa maestra Maria Maltoni, che per tanti anni - dal 1920 al 1956 - insegnò in quella scuola rurale, c'è il diario della "conca rotta". Una conca da bucato di terracotta dell'Impruneta, rottasi per disgrazia. Quasi una tragedia familiare.
La conca per il bucato era un bene prezioso, un tempo, del quale non si poteva fare a meno nelle case, com'è al giorno d'oggi la lavatrice. Se si rompeva la conca, prima di ricomprarla, si cercava di farla riparare allo "sprangaio", un ambulante artigiano, medico di ombrelli, conche, orci e catini.
Presso i nostri contadini il pane si faceva una volta alla settimana, il bucato una volta al mese. Era una faccenda che richiedeva organizzazione e più braccia, tanto che spesso veniva fatto in società con la famiglia vicina, in uno scambio reciproco.
Le donne più giovani, più forti, caricato un carretto o una cariola di biancheria sporca, andavano ai tonfani (dove l'acqua è più fonda) dei ruscelli. Lì, in ginocchio al bordo dell'acqua davanti ad un grosso lavatoio di pietra, con sapone bruschino e sugo di gomiti, "smollavano" lenzuola, federe, asciugamani, mutandoni, pezze, pannolini e quant'altro.
I panni smollati e insaponati erano riportati a casa e accomodati con cura nella grande conca che se ne stava alta su toppi di legno. I panni erano poi coperti da un "ceneraio", ampio telo di fitto tessuto, dove veniva depositato uno spesso strato di cenere. La cenere del focolare era stata conservata e vagliata con cura per eliminare i residui di carbonella. Praticamente era il detersivo di allora.
Si incominciava a versare sulla cenere l'acqua calda, che passandole attraverso ne riceveva l'umore liscio di fosfati e lo cedeva alla biancheria sottostante, nettandola. Era questo il "ranno".
Tolto lo zipolo, che chiudeva un apposito foro situato nella parte bassa della conca, si recuperava il ranno, che rimesso di nuovo a scaldare veniva poi ripassato dal ceneraio alla biancheria. Questa operazione era ripetuta più e più volte.
Infine tutto restava quieto a freddare fino al giorno dopo, quando, spillato il ranno e tolto il ceneraio, le donne riportavano i panni al fiume per il risciacquo, altra operazione faticosa: maneggiare lenzuola di ruvida canapa, tessute a mano, zuppe d'acqua.
Tutta la biancheria era di robusta consistenza, perché "Mentre il grosso s'assottiglia, il fine si finisce". Questa la parca filosofia.
Infine, i panni strizzati a quattro mani erano stesi al sole. Bene nel sole, efficace collaboratore di bianchezza. Meglio nel vento, orchestratore veloce di rapida asciugatura.

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