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Il cuore e la ragione

Filosofia: fra cielo e terra

Scritto il 1 luglio 2000

Il cuore e la ragione
Ci sono molte più cose fra terra e cielo di quante non ne contengano i libri di filosofia, dice ad AmIeto l'amico Orazio, e in effetti ogni volta che cerchiamo di imprigionare la realtà in una gabbia di concetti, la realtà ci aspetta al varco, ci sorprende, si fa beffe di noi. La realtà è lì: fra terra e cielo. Non mai solo in terra, dal momento che tutto ciò di cui facciamo esperienza ha un suo lato oscuro, misterioso, per certi aspetti trascendente. E non mai solo in cielo, poiché tutto ciò che sembra venire dall'alto non ha senso per noi se non nella misura in cui incontra la nostra umanità e ne diventa l'espressione.
Questo non significa che la filosofia sia impotente e addirittura inutile. La filosofia è utile, utilissima; ma lo è in quanto riflessione su qualcosa che appartiene al mondo della vita e dunque viene prima della filosofia stessa. Prendiamo ad esempio le scelte che ognuno di noi prima o poi è chiamato a compiere. Diremo che è la filosofia a decidere ciò che è bene e ciò che è male, ciò che bisogna fare e ciò che non bisogna fare? No di certo, anche se i filosofi si sono spesso lasciati tentare da questa idea. Che è un'idea assurda. Infatti comporta che la moralità sia una questione d'intelligenza, come se per essere giusti bisognasse prima essere sapienti, mentre sono i poveri di spirito spesso ad avere una coscienza della giustizia infinitamente più limpida e più sicura. Vero e proprio paradosso dell'etica, questo, con il quale la filosofia deve fare i conti. Senza stancarsi di interrogare gli enigmi dell'esistenza e senza pretendere di possederne la chiave in esclusiva. Oppure consideriamo uno dei tratti peculiari del nostro tempo: il grandioso e anche sgomentante sviluppo della scienza e della tecnica. Niente di più ridicolo del filosofo che pretende di insegnare il suo mestiere allo scienziato. Il quale fa il suo mestiere e lo fa benissimo. Grazie a lui la scienza si è imposta come la sola forma certa, oggettivamente certa, di conoscenza. Quali metodi, quali strategie operative è necessario seguire non sarà sicuramente il filosofo a stabilirlo. Non per questo però il filosofo è messo fuori gioco. Di per sé la scienza non ha nulla da dire intorno alla scienza. Ossia, intorno ai problemi etici che essa apre, intorno agli orizzonti che essa dispiega, intorno ai rivolgimenti che essa produce e all'immagine dell'uomo che ne deriva. Non è forse compito della filosofia interrogarsi sul futuro che il progresso scientifico ci prepara?
Insomma, la filosofia non deve temere l'urto delle cose, deve lasciarsi inquietare, deve osare anche le domande che la mettono in crisi. Chi vuol veramente filosofare, diceva Schelling, bisogna che si spogli di tutto: pregiudizi, convinzioni, credenze. Solo così sarà possibile far parlare la realtà. E magari scoprire ancora una volta che quel che essa ha da dirci non è quel che avremmo voluto (o creduto, o sperato) sentirci dire.
Sergio Givone è nato a Buronzo (Vercelli) nel 1944. E' professore ordinario di Estetica all'Università di Firenze. Ha pubblicato numerosi testi e saggi apparsi su riviste italiane e straniere. Tra i più recenti ricordiamo: Storia dell'Estetica (Laterza 1988, 1998); Disincanto del mondo e pensiero tragico (Il Saggiatore 1988): La questione romantica (Laterza 1992, 1993); Storia del nulla (Laterza 1995, 1998). Nel 1998 ha pubblicato, presso i 'Supercoralli' di Einaudi, Favola delle cose ultime, un romanzo filosofico, con il quale ha vinto il premio Grinzane Cavour e il premio Palazzo al Bosco.Ci sono molte più cose fra terra e cielo di quante non ne contengano i libri di filosofia, dice ad AmIeto l'amico Orazio, e in effetti ogni volta che cerchiamo di imprigionare la realtà in una gabbia di concetti, la realtà ci aspetta al varco, ci sorprende, si fa beffe di noi. La realtà è lì: fra terra e cielo. Non mai solo in terra, dal momento che tutto ciò di cui facciamo esperienza ha un suo lato oscuro, misterioso, per certi aspetti trascendente. E non mai solo in cielo, poiché tutto ciò che sembra venire dall'alto non ha senso per noi se non nella misura in cui incontra la nostra umanità e ne diventa l'espressione.
Questo non significa che la filosofia sia impotente e addirittura inutile. La filosofia è utile, utilissima; ma lo è in quanto riflessione su qualcosa che appartiene al mondo della vita e dunque viene prima della filosofia stessa. Prendiamo ad esempio le scelte che ognuno di noi prima o poi è chiamato a compiere. Diremo che è la filosofia a decidere ciò che è bene e ciò che è male, ciò che bisogna fare e ciò che non bisogna fare? No di certo, anche se i filosofi si sono spesso lasciati tentare da questa idea. Che è un'idea assurda. Infatti comporta che la moralità sia una questione d'intelligenza, come se per essere giusti bisognasse prima essere sapienti, mentre sono i poveri di spirito spesso ad avere una coscienza della giustizia infinitamente più limpida e più sicura. Vero e proprio paradosso dell'etica, questo, con il quale la filosofia deve fare i conti. Senza stancarsi di interrogare gli enigmi dell'esistenza e senza pretendere di possederne la chiave in esclusiva. Oppure consideriamo uno dei tratti peculiari del nostro tempo: il grandioso e anche sgomentante sviluppo della scienza e della tecnica. Niente di più ridicolo del filosofo che pretende di insegnare il suo mestiere allo scienziato. Il quale fa il suo mestiere e lo fa benissimo. Grazie a lui la scienza si è imposta come la sola forma certa, oggettivamente certa, di conoscenza. Quali metodi, quali strategie operative è necessario seguire non sarà sicuramente il filosofo a stabilirlo. Non per questo però il filosofo è messo fuori gioco. Di per sé la scienza non ha nulla da dire intorno alla scienza. Ossia, intorno ai problemi etici che essa apre, intorno agli orizzonti che essa dispiega, intorno ai rivolgimenti che essa produce e all'immagine dell'uomo che ne deriva. Non è forse compito della filosofia interrogarsi sul futuro che il progresso scientifico ci prepara?
Insomma, la filosofia non deve temere l'urto delle cose, deve lasciarsi inquietare, deve osare anche le domande che la mettono in crisi. Chi vuol veramente filosofare, diceva Schelling, bisogna che si spogli di tutto: pregiudizi, convinzioni, credenze. Solo così sarà possibile far parlare la realtà. E magari scoprire ancora una volta che quel che essa ha da dirci non è quel che avremmo voluto (o creduto, o sperato) sentirci dire.
(Sergio Givone)

Sergio Givone è nato a Buronzo (Vercelli) nel 1944. E' professore ordinario di Estetica all'Università di Firenze. Ha pubblicato numerosi testi e saggi apparsi su riviste italiane e straniere. Tra i più recenti ricordiamo: Storia dell'Estetica (Laterza 1988, 1998); Disincanto del mondo e pensiero tragico (Il Saggiatore 1988): La questione romantica (Laterza 1992, 1993); Storia del nulla (Laterza 1995, 1998). Nel 1998 ha pubblicato, presso i 'Supercoralli' di Einaudi, Favola delle cose ultime, un romanzo filosofico, con il quale ha vinto il premio Grinzane Cavour e il premio Palazzo al Bosco.

Eros/ethos è l'ultimo saggio di Sergio Givone, pubblicato per la 'Biblioteca Einaudi' (lire 26 mila). In sei densi capitoli - Violenza, Eros, Ethos, Colpa (Fabula), Origine, Eros/ethos - il libro intende portare alla luce un nodo concettuale rimasto fra le pieghe della storia del pensiero, suggerendo una chiave interpretativa per fenomeni di violenza la cui radice è da cercare nella contraddizione fra eros e ethos.

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