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La spada nella roccia

Da re Artù a San Galgano: due storie tra leggenda e religione

Scritto da Riccardo Gatteschi il 1 gennaio 2001

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.
La spada nella roccia
Sono due leggende simili ma con simbologie diametralmente opposte. Una è popolarissima, conosciuta ai quattro angoli della Terra; l'altra nota solo agli addetti ai lavori e a pochissimi toscani. Chi non ha sentito parlare almeno una volta nella vita della "Spada nella roccia" di disneyana memoria? Nessuno, crediamo, ignora le gesta dei Cavalieri della Tavola Rotonda, con Ginevra e re Artù, Lancillotto e il Mago Merlino. Uno degli innumerevoli episodi di quella saga medievale parla di Artù che riesce a divellere la magica spada conficcata in una roccia, e con quella diviene un re quasi invincibile nelle innumerevoli battaglie di cui fu protagonista.
La leggenda toscana narra invece del nobile e prepotente Galgano Guidotti il quale, dopo una giovinezza dissennata e violenta, decise di cambiare radicalmente stile di vita ed esternò questo proposito piantando la sua spada in un macigno a Montesiepi (non lontano da Chiusdino, dove era nato), in tal modo trasformandola simbolicamente in una croce.
Due leggende simili, si è detto. Ma dai significati profondamente lontani fra loro. In quella inglese, del sesto, settimo secolo, si enfatizza il valore soldatesco, si canta un peana all'audacia, alla competizione, alla conquista. La leggenda di Galgano, morto a trentatre anni nel 1181, tende invece a valorizzare l'elemento mistico, a privilegiare sentimenti di pace, di fratellanza, di spiritualità. E da leggenda si è trasformata in realtà viva e tangibile, pochi anni dopo la morte del suo protagonista, con la costruzione - intorno a quel masso dal quale affiora, per pochi centimetri, la lama sormontata da una semplice elsa - di una cappellina cilindrica che via via si è ingrandita ed arricchita di ulteriori testimonianze di fede. In un piccolo edificio adiacente sono ancora visibili - anche se il tempo ha lasciato un suo pesante segno - alcuni affreschi di Ambrogio Lorenzetti e, curiosamente, una teca con due mani di secolare memoria. Due mani che evocano ancora una leggenda. L'anno è forse il 1178. Galgano ha già formato una piccola comunità che si riunisce nel suo eremo. Lui decide di recarsi a Roma per chiedere a papa Alessandro III (un papa senese) il riconoscimento ufficiale di quell'iniziativa. Ma durante la sua assenza tre religiosi di Chiusdino, invidiosi dei suoi successi, si introducono nell'eremo, spezzano la spada e danno fuoco alle misere suppellettili. L'ira divina si abbatté su di loro quello stesso giorno: il pievano morì trafitto da un fulmine, un monaco annegò in un vicino ruscello e l'altro venne assalito da un branco di lupi che lo addentarono ai polsi e gli staccarono di netto tutt'e due le mani. Pentitosi del malfatto, il monaco raccolse con i moncherini le mani, se le legò alla vita e cominciò a percorrere la campagna per narrare il suo gesto vigliacco e testimoniare della santità di Galgano. Bene, quelle due mani che si conservano come reliquie nella teca all'interno dell'eremo non appartengono, come sarebbe logico pensare, al sant'uomo bensì al cattivo monaco redento.

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