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La bottega non chiude

Dove aprono gli Ipercoop, più aperture che chiusure di piccoli esercizi

Scritto da Laura D'Ettole il 1 gennaio 2001

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Giornalista

Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal '97 collabora anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.

La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.

Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

La bottega non chiude
Sembra un paradosso, ma le cifre dicono che l'impatto della grande distribuzione sul commercio al minuto non è così deleterio come si dipinge. Visti più da vicino, i luoghi d'insediamento di grandi strutture commerciali sono ben lungi dall'apparire "desertificati". A Lastra a Signa nel 1997, anno dell'apertura dell'Ipercoop, i negozi erano 209; a settembre 2000 diventano 226 (+7.2%). A Montevarchi, luogo di storica presenza di un centro commerciale Coop, il saldo fra aperture e chiusure mette a segno (secondo dati diffusi sulla stampa) addirittura un +30% nei primi otto mesi del 2000. Ad Arezzo dall'inizio dell'anno sono state richieste 118 nuove autorizzazioni per pizzerie e ristoranti, mentre le cessazioni sono risultate 71, con un saldo attivo dunque di 47 esercizi.
Una parte del merito va sicuramente alla legge Bersani, che con la liberalizzazione delle licenze ha impresso dinamismo al settore; un'altra parte l'ha fatta l'accelerazione dell'economia. «Ma c'è un "effetto di trascinamento" particolare sul tessuto economico in cui si installano queste strutture - sostiene Carlo Moscardini, sindaco di Lastra a Signa -. Da noi, per fare un esempio, le oltre 5mila presenze giornaliere che frequentano l'Ipercoop finiscono per creare un indotto anche nel piccolo commercio». Analoga sensazione a Montevarchi, dove secondo Stefania Vanni, responsabile del servizio attività produttive del Comune, «non c'è stata mortalità fra i piccoli esercizi, bensì tanti subingressi. C'è stato un cambiamento di generazione, sono sparite le vecchie botteghe ma ne sono arrivate di nuove: tanti bar, enoteche, ristoranti, ma anche gastronomie, e negozi con particolari prodotti alimentari».
Qui arriva l'Irpet, con un'indagine su "La distribuzione moderna" in Toscana, e allora certe "sensazioni" diventano fatti accertati. E' innegabile il fatto che "la collettività dei consumatori tragga un evidente vantaggio dall'apertura di un ipermercato, in quanto riesce a disporre di beni a prezzi più bassi", sostengono gli autori. Ma d'altra parte la vita economica è profondamente interconnessa, e i minori prezzi pagati garantiscono un maggior potere d'acquisto che si riverserà, in tutto o in parte, in altri beni e servizi.

Profondi cambiamenti
Nessuna ecatombe, dunque, bensì una profonda trasformazione. Lo affermano anche i dati elaborati dal ministero dell'Industria e del Commercio. Fra il '96 e il '99 apparentemente il numero degli esercizi al dettaglio in Toscana presenta un trend abbastanza stabile. Nel '97 diminuisce dello 0.8% rispetto all'anno precedente; si mantiene stabile nel '98, per arrivare alle 44.768 unità nel 1999, con un incremento annuale dello 0.6%. Ma dietro queste lievi increspature di superficie questi anni hanno cambiato profondamente il volto del piccolo commercio. Da gennaio '99 a giugno 2000, in Toscana si sono oscurate 6.231 insegne, mentre se ne sono accese 7.929, con un saldo attivo dunque di circa 1.700 negozi. E' un turn over ancora poco studiato, ma molti osservatori ritengono che ci sia stato un naturale spostamento dell'offerta commerciale verso consumi più maturi: più telefoni, più tecnologia, più viaggi, meno alimentari e soprattutto meno abbigliamento. Mentre gli operatori commerciali "vincenti" sono quelli che hanno percorso «la strada della specializzazione, della strategia di nicchia: tutti percorsi già seguiti in Gran Bretagna e in Francia, dove la razionalizzazione del commercio si è realizzata prima e con più violenza rispetto all'Italia», secondo quanto sostiene ancora la ricerca dell'Irpet.
Come dire insomma che ancora una volta l'invisibile mano del mercato ha lavorato in silenzio, senza clamori, per sostituire nuovi prodotti a vecchi prodotti, accettando la sfida di un nuovo modo di produrre ricchezza.

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