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Bisogna avere orecchio

I problemi uditivi nel bambino. Come intervenire

Scritto da Alma Valente il 1 aprile 2001

00000009-00000001 Giornalista

Nata a Roma. Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati. Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a collaborare con l'Informatore, con articoli inerenti la medicina. Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL). Dal 2001 ha iniziato l'esperienza di produttore di programmi televisivi. Attualmente cura e conduce su RTV38-Odeon "Salve Mercurio", trasmissione di educazione sanitaria che si realizza sotto l'egida della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Firenze. Nel frattempo continua ad esplicare la sua azione di addetto stampa come free lance.
"Come? Non ho sentito...". Chi ha dei figli conosce bene queste frasi. Parole che nella maggior parte dei casi sono dette per sottrarsi a piccoli "doveri" o per cominciare ad acquistare un
Bisogna avere orecchio
proprio spazio di autonomia. Esistono però delle situazioni in cui il problema non è psicologico o di crescita ma organico, legato cioè ad una vera e propria patologia dell'orecchio.
"Nel bambino il problema uditivo più frequente rimane e rimarrà sempre quello che comunemente i genitori chiamano "i catarri nelle orecchie"", spiega il dottor Nicola Pierossi, specialista in otorinolaringoiatria e audiologia. "In realtà il disturbo deriva dal cattivo funzionamento della tuba di Eustachio, cioè di quel canale che mette in comunicazione la parte posteriore del naso (rinofaringe), con l'orecchio medio, ovverosia la cassa timpanica, dove sono alloggiati gli ossicini addetti alla trasmissione e amplificazione del suono. Se questo spazio, già di per sé ridotto, diventa ancora più stretto, magari per la presenza di adenoidi, l'aria passa male. Un piccolo ingorgo, insomma, che facilita infiammazioni e ristagno di muco. Questa situazione determina inevitabilmente un deficit uditivo, mai troppo marcato e sempre reversibile, a meno che non intervengano fattori che ne determinino la cronicizzazione."
Ma le sordità, quelle gravi, non hanno quasi mai a che vedere con problemi infiammatori, spesso dolorosi, di quella parte dell'orecchio che "trasporta il suono". La vera responsabile è quella interna, ossia quella nervosa (chiocciola e nervo acustico), che può essere compromessa fin dalla nascita e che, una volta danneggiata, difficilmente recupera la sua funzionalità.
"Possono essere tantissime le cause di sordità congenita nel neonato - continua Pierossi -. Dalle gravidanze difficili ai parti precoci o rischiosi per la sopravvivenza del bambino, all'assunzione da parte della madre di farmaci o sostanze tossiche per l'orecchio, o dopo malattie infettive contratte durante la gravidanza, come rosolia o toxoplasmosi. Un rischio recondito c'è anche per i bambini che hanno storie di sordità negli ascendenti. Quando cioè alcune persone nella famiglia sono conosciute come sorde dalla nascita o precocemente. Ma l'handicap può derivare anche da una malattia contratta dal bambino, come una meningite o gli orecchioni, oppure un trauma cranico".
Tante situazioni, dunque, che ci fanno capire che il problema, quando c'è, deve essere affrontato ed identificato per tempo.
"Nei neonati una diagnosi precoce di sordità congenita o insorta nei primi 18 mesi di vita è importantissima, soprattutto se sono stati soggetti a situazioni o malattie di cui abbiamo parlato in precedenza - afferma il dottor Pierossi -. Durante questo periodo, infatti, il nostro sistema nervoso possiede un'elasticità e una capacità di apprendimento estrema per cui, con apparecchi acustici, si possono ottenere eccellenti risultati".
E negli ultimi trenta anni gli screening diagnostici si sono estesi a molte strutture, sia di tipo esclusivamente specialistico che agli stessi pediatri di base. Alcuni test semplici, come la "reattometria", vengono eseguiti nei primi dieci giorni di vita presso i reparti di ostetricia, sfruttando le reazioni del neonato a stimoli sonori particolarmente intensi. Altre prove, come il "Boel test", che sfruttano la curiosità del bambino per suoni e colori, vengono effettuati dal pediatra di base verso il primo anno di vita.
Ma come si può capire se il nostro bambino sente o no?
"L'osservazione quotidiana del genitore è fondamentale - spiega lo specialista -. Se un neonato, per esempio, stando sul seggiolone in attesa della pappa, non sussulta quando alla mamma cade una pentola o allo sbattere di una porta vuol dire che ci può essere qualche problema. Altro campanello di allarme è quando il piccolo è indifferente a qualsiasi richiamo vocale o non inizia a "lallare", a non ripetere cioè suoni consonantici o vocalici come "pappa" o "mamma"". Insomma, se i deficit uditivi possono essere considerati uno degli handicap più gravi della vita di relazione, ormai la scienza può fornire innumerevoli soluzioni, sia dal punto di vista della rieducazione che da quello dell'amplificazione. Una cosa però è indispensabile: la collaborazione di tutti. Perché solo così possiamo farci "sentire" anche da coloro che non sentono.

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