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Il ventre della foresta

di Enzo Fileno Carabba

Scritto il 1 aprile 2001

Il ventre della foresta
Girando per le campagne toscane, presto o tardi ci si rende conto di un fenomeno inquietante. Tutti si fermano negli stessi punti. Soprattutto gli stranieri, che le visitano in bicicletta o a piedi. La prima cosa che viene da pensare è che quelli siano i luoghi più belli. Ma è improbabile. Devono esistere delle guide, dei manuali che - chissà in quale lingua - indicano dove fermarsi per contemplare la natura incontaminata.
Viviamo in un mondo piccolo. Possiamo andare da una parte all'altra della terra velocemente. E possiamo anche, velocemente, raggiungere i punti panoramici segnalati, decisi da chissà chi.
Ma è solo apparenza. Tra una città e l'altra, tra un punto panoramico e l'altro, ci sono le voragini. Zone abbandonate, splendenti, ormai sconosciute. Le abbiamo dimenticate, per dimenticare la vita che significavano. Una vita durata secoli. Basta addentrarsi nei boschi della Toscana. Se non tocchi i punti segnalati dalla guida misteriosa non trovi nessuno. Sembra di essere altrove. Si spalancano territori. Ogni tanto trovi delle tracce. Una volta ho creduto di aver individuato sul terreno il segno dell'atterraggio di un veicolo alieno. In realtà era la traccia di una carbonaia.
Fino a non molto tempo fa i nostri boschi non erano luoghi sconosciuti, non erano voragini. Quelli che lavoravano con gli alberi vivevano per buona parte dell'anno nel bosco, dentro il capanno, e non tornavano a casa per mesi. Molti di loro sono ancora vivi. Sono andato a parlare con loro. Era un'altra esistenza, un altro mondo, e il fatto che la memoria di tutto questo possa sparire così velocemente nasconde un male, una fragilità destinata a esplodere.
Non voglio fare l'elogio del buon tempo antico, dire "come si viveva bene allora, in quei tempi genuini", o cose del genere. Il custode delle antiche tradizioni è un personaggio pericolosissimo, per gli altri e per se stesso. Però rimane un fatto: la rapida cancellazione di un universo, se accompagnata dalla dimenticanza radicale, è un segno e un presagio.
Stavano nel bosco da settembre ad aprile. Quindici, venti famiglie, ognuna aveva una striscia di bosco da tagliare. La prima cosa da fare era la costruzione del capanno, che seguiva regole precise. Il tetto veniva ricoperto di zolle di terra, le "pellicce", per renderlo impermeabile. Ogni tanto piovevano dentro animali, serpenti o rospi. E allora alcuni per soffitto mettevano manifesti del cinema. Terra sopra, terra sotto, praticamente stavano in una pancia di terra. Si dormiva sulla paglia.
La casa e il paese erano lontani. Firenze lontanissima. Una volta arrivarono delle persone davvero strane, che parlavano una lingua assurda, incomprensibile. Erano livornesi! Quando poi arrivarono gli americani lo sbigottimento crebbe fino alla vertigine. A parte il loro modo di parlare, a parte il loro aspetto, quelli mangiavano di continuo!
Con il loro arrivo e con l'avvento delle macchine quel mondo ha cominciato a spegnersi. A cavallo di un motorino puoi andare e venire dal bosco. Ma prima, l'unico collegamento costante col paese era il barrocciaio, col suo carretto trainato da animali che sapevano trovare i sentieri da soli. In certe notti, il barrocciaio dormiva e i muli seguivano la strada al chiaro di luna. L'uomo si svegliava quando le bestie si fermavano.
Naturalmente la descrizione di una vita del genere, per buona parte dell'anno immersa nel bosco, a contatto con una natura ancora limpida, può avere un fascino irresistibile. Uno immagina di essere lì nel capanno, di alzarsi di notte per fare pipì, uscire (il bagno era il cespuglio) e sentire il respiro della natura, una presenza che ti avvolge. Un'anziana signora che faceva questa vita, però, mi fa notare con voce tonante che non erano mica bischeri, era una vita orribile, basata sullo sfruttamento, e loro la facevano per necessità. Ora di sicuro non la farebbero più.
Poi fare il carbone era difficile. La carbonaia era un'opera d'arte, e non proverò a descriverla nei dettagli, così non sbaglio. C'era questa cupola nera con un cuore ardente che pulsava nella notte, e il carbonaio doveva stare attento al vento e all'acqua e a tutto. La carbonaia era una cosa vivente da sorvegliare di continuo. Non era facile cuocere la legna senza farla incenerire. Quando tutto andava liscio potevano venir fuori perfino dei cannelli di carbone bluastro, o argentato. Se lo percuotevi leggermente tintinnava, risuonava, come uno strumento musicale. Io credo in un mondo che cambia incessantemente, credo negli alieni che verranno e nel fatto che noi diventeremo alieni andando lontano. Ma ognuno deve portare con sé i propri boschi, i propri labirinti, una manciata di lombrichi. Credo che per andare veramente lontano nessuno possa dimenticare - se appartiene alla sua storia - quella musica blu nella notte.

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