Giochi di una volta
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Non era un bosco vero e proprio ma una ripida collinetta ricoperta di tante piccole querce, quercioline, appunto, che non si sviluppavano come le loro simili in grandi tronchi e grandi chiome. Penso che il loro nanismo fosse causato dalla natura pietrosa del terreno. Infatti, inerpicandosi per i sentierini del poggiolo tra le piante, si incontravano grandi pietre affioranti dal suolo, alcune di forma liscia e squadrata come piccole are sacrificali. Erano i tavoli per le merende e i palcoscenici per estemporanee esibizioni teatrali.
Il boschetto era proprio a dimensione di ragazzi. Le esili piante davano frescura e ci sostenevano in acrobatici esercizi, senza nasconderci nulla. Da lì si vedeva il paese e tutte le verdi colline intorno.
Andando per la stradina dal lato opposto al bosco di quercioli si trovava una bella fonte d'acqua fresca. Per arrivarci si doveva scendere un declivio erboso, verso un fossatello circondato da alti "salci". Alla stagione giusta le siepi intorno erano un trionfo di vitalbe fiorite - con cui facevamo gonne, strascichi, vestiti e corone - e di more, una vera ghiottoneria.
Al ritorno si portava a casa di tutto: pezzi di canna, già sostegno per piante di pomodori, coccole di cipresso, ghiande, baccellini di ginestra, bacche d'ogni colore, sassini. Tutto ci serviva per i nostri giochi.
Con le canne spaccate nel senso della lunghezza, carta velina e colla (fatta con la farina), si passavano interi pomeriggi a costruire aquiloni per i quali ci mancava sempre l'introvabile filo di spago, irrimediabilmente troppo corto.
Da una cannuccia forata, invece, uscivano, soffiate con lenta maestria, miracolose, iridescenti bolle di sapone.
Bacche, coccole, baccellini e sassini erano la materia prima per il commercio quando "si faceva ai bottegai".
Coperchi di latta del lucido da scarpe "Brill" e "Marga", e il solito introvabile spaghino, per il rudimentale "telefono".
I maschi praticavano altri giochi rumorosi: alla guerra, a "muriella" e, beati loro, pescavano pesci e ranocchi nell'acqua chiara dell'Ema. Con ami ricavati da spille da balia e retini rimediati da pezzi di balla, gridavano e ridevano eccitati cercando di catturare il pesce più grosso, il famigerato "pizzo delle canne".
A noi femmine era proibito giocare con loro: "dicono le parolacce..." e poi "non sta bene, e basta".
Che razza di ipocrita educazione ci veniva impartita, particolarmente per le cose del sesso. "Sesso", parola sconosciuta... Avevamo le "quercioline", è vero. Ora i ragazzi non le hanno più... Sono state inghiottite da un'orrenda colata di cemento, fagocitate da immensi casermoni.
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