Toscana / Storie quotidiane
Con gli occhi di Claudia
"Le vite nuove": la cronaca diventa racconto
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«Io racconto le storie che raccolgo in giro per la Toscana - ci dice Claudia Riconda, giornalista de La Repubblica - là dove spesso non batte il sole. Sui marciapiedi delle periferie, negli angoli delle stazioni, in fila dai volontari per un paio di jeans usati, alla foce di un fiume, in quell'acqua di mezzo che è confine. Sono sedici anni che a Firenze ascolto queste vite. E quando ci sono di mezzo gli uomini non è mai facile niente, non se ne esce indenni, da certi incontri. Si torna via spossati come da un corpo a corpo. Fisico e psicologico».
Poi sul giornale resta solo il grosso, quello che si può raccontare su sei colonne, con le righe contate.
Per questo "Le vite nuove", il libro della Limina Edizioni che raccoglie articoli di Claudia Riconda, ampliati e rivisti, è una scoperta, un'esperienza nuova anche per chi è stato un attento e tenace lettore di quotidiani.
Qui le esperienze raccontate si rincorrono, formano un mosaico di normalità e di esperienze al limite. Non c'è solo "l'umanità dolente" citata da Margherita Hack nella prefazione al libro. C'è anche l'apicoltore dell'Elba, il guardiano dell'oasi di Orbetello, l'elettricista di Vicenza che bivacca all'autodromo del Mugello per vedere la Ferrari, la famigliola nell'estenuante fila di macchine per raggiungere il nuovo centro commerciale, la liceale che affronta l'esame di maturità.
Una folla di personaggi raccontati in 41 storie. Una folla che somiglia ai mille volti che s'incontrano ogni giorno per strada, o si vedono alla televisione, o si ascoltano alla radio.
Sul libro le storie diventano diverse. Sono lontane dalla tensione ansiogena che mette il giornale, ogni giorno che si legge. Diventano narrazione nella quale, però, è rimasta la verve della scrittura giornalistica, puntuta e ritmata nel caso della Riconda, ancorata ai fatti e alle circostanze, nel migliore stile giornalistico. E così i 41 racconti evocano anche l'attualità degli ultimi anni. Un "amarcord" breve, ma intenso.
Domandiamo a Claudia Riconda, classe 1968, una delle firme più seguite della cronaca toscana de La Repubblica:
Cosa rappresenta un libro per chi scrive sul giornale ogni giorno?
E' un modo per dare alle storie una vita un po' più lunga di quella che hanno sul giornale. I ritmi del quotidiano divorano, scriviamo gli articoli in un pomeriggio e la sera dopo sono già nel cestino della carta, tutto è consumato e dimenticato in fretta.
Il libro invece dilata i tempi, permette di cogliere nuovi particolari, ferma situazioni e personaggi. Nobilita, in un certo senso: non chi l'ha scritto, ma le voci che si raccontano in quelle pagine. Ho dovuto selezionare tra centinaia di articoli e reportage, non è stato facile scegliere quelli più adatti alla raccolta. Certe storie reggono meglio il confronto col tempo, altre fanno più fatica. Quella del funerale di Pacciani, per esempio, continua ad avere una sua forza particolare: è in assoluto la storia più difficile che ho dovuto scrivere in questi anni. Emotivamente, intendo.
E' cambiato qualcosa, nella professione, nei rapporti con gli altri, in questi otto mesi dalla pubblicazione?
Qualcosa sì. Il libro è stato accolto dai colleghi della redazione con simpatia, anche con affetto direi, in fondo dietro al lavoro del singolo giornalista c'è sempre il lavoro oscuro di tanti.
C'è la segnalazione del collega, ci sono numeri di telefono e consigli che ti hanno dato gli altri. Io ci metto il mio stile e la mia sensibilità, ma l'aiuto della redazione è decisivo. In generale, diciamo, che da quando è uscito il libro le persone mi cercano di più per segnalarmi le loro storie.
Ci sono, nel libro, storie di disagio e storie normali. Ma anche queste ultime finiscono per sembrare espressione di disagio, come mai?
E' la vita che è diventata più difficile per un sacco di gente. Non siamo tutti disperati, ma il confine tra disagio e normalità è diventato estremamente più fragile, basta niente perché la vita ruzzoli altrove. C'è un'insicurezza diffusa, che incrina i rapporti, rende inquieti, più vulnerabili.
Nel libro ho cercato di far vedere come cambia una persona quando c'è una svolta, la vita che sterza e ti spiazza. Ma attenzione, le svolte possono anche essere positive, nel libro ci sono anche tante storie divertenti, ironiche. Vite nuove, quindi, in ogni senso: nel bene e nel male.
L'editore ci dice che il libro ha una buona vendita soprattutto in Lombardia e Lazio. "Nessuno è profeta in patria" o ai toscani interessa altro?
Il libro parla di loro, e forse i toscani non amano certi specchi. Peccato, perché magari vedere come si è cambiati, anche senza accorgersene, può aiutare.
In realtà il fatto che il libro tenga bene soprattutto fuori dalla Toscana vuol dire che avevo ragione: nel piccolo c'è il grande, nella storia di una famiglia delle Piagge si può rivedere una famiglia della Garbatella. Poi chissà, ho scelto un titolo dantesco, le Vite Nuove, e neanche Dante è stato un profeta da queste parti.
Cosa rappresenta un libro per chi scrive sul giornale ogni giorno?
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Il libro invece dilata i tempi, permette di cogliere nuovi particolari, ferma situazioni e personaggi. Nobilita, in un certo senso: non chi l'ha scritto, ma le voci che si raccontano in quelle pagine. Ho dovuto selezionare tra centinaia di articoli e reportage, non è stato facile scegliere quelli più adatti alla raccolta. Certe storie reggono meglio il confronto col tempo, altre fanno più fatica. Quella del funerale di Pacciani, per esempio, continua ad avere una sua forza particolare: è in assoluto la storia più difficile che ho dovuto scrivere in questi anni. Emotivamente, intendo.
E' cambiato qualcosa, nella professione, nei rapporti con gli altri, in questi otto mesi dalla pubblicazione?
Qualcosa sì. Il libro è stato accolto dai colleghi della redazione con simpatia, anche con affetto direi, in fondo dietro al lavoro del singolo giornalista c'è sempre il lavoro oscuro di tanti.
C'è la segnalazione del collega, ci sono numeri di telefono e consigli che ti hanno dato gli altri. Io ci metto il mio stile e la mia sensibilità, ma l'aiuto della redazione è decisivo. In generale, diciamo, che da quando è uscito il libro le persone mi cercano di più per segnalarmi le loro storie.
Ci sono, nel libro, storie di disagio e storie normali. Ma anche queste ultime finiscono per sembrare espressione di disagio, come mai?
E' la vita che è diventata più difficile per un sacco di gente. Non siamo tutti disperati, ma il confine tra disagio e normalità è diventato estremamente più fragile, basta niente perché la vita ruzzoli altrove. C'è un'insicurezza diffusa, che incrina i rapporti, rende inquieti, più vulnerabili.
Nel libro ho cercato di far vedere come cambia una persona quando c'è una svolta, la vita che sterza e ti spiazza. Ma attenzione, le svolte possono anche essere positive, nel libro ci sono anche tante storie divertenti, ironiche. Vite nuove, quindi, in ogni senso: nel bene e nel male.
L'editore ci dice che il libro ha una buona vendita soprattutto in Lombardia e Lazio. "Nessuno è profeta in patria" o ai toscani interessa altro?
Il libro parla di loro, e forse i toscani non amano certi specchi. Peccato, perché magari vedere come si è cambiati, anche senza accorgersene, può aiutare.
In realtà il fatto che il libro tenga bene soprattutto fuori dalla Toscana vuol dire che avevo ragione: nel piccolo c'è il grande, nella storia di una famiglia delle Piagge si può rivedere una famiglia della Garbatella. Poi chissà, ho scelto un titolo dantesco, le Vite Nuove, e neanche Dante è stato un profeta da queste parti.
Claudia Riconda, "Le vite nuove - Storie da un'altra Italia", Limina edizioni, 13,50 euro.
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