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Le mani di Birinzi

Scritto da Miriam Serni Casalini il 1 luglio 2000

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Le mani di Birinzi
Grace Kelly, attrice brava, bella e distinta, poi principessa di Monaco a pieno titolo, aveva mani curate, come si può ben capire, ma non belle di forma, tanto che se ne dispiaceva e portava sempre i guanti.
Da sempre le mani morbide e affusolate, con le unghie ben limate e le lunette scoperte senza pellicine, sono segno di distinzione per uomini e donne. Insomma, le mani più belle, a parte la loro struttura, sono quelle di chi non fa niente o quasi. Le mani dicono tutto dei lavori svolti e del tempo che hanno. Al mio paese erano proverbiali le mani di Birinzi. Si dice ancora oggi: "Guarda che mani che ho! Le sembran quelle di Birinzi che ci accendeva i fiammiferi!"
Le mani di Birinzi... Dove non eran poggioli di calli - e ce n'eran tanti - pareva che i rebbi di una forchetta, intinti nella pece, avessero arato avanti e indietro, da destra a sinistra, a formare un reticolo di solchi più o meno profondi, quasi un graffito astratto e informale.
Birinzi aveva sempre fatto il boscaiolo, cotto carbone e brace. Tutti i suoi compagni avevano mani segnate dal lavoro, ma le mani di Birinzi, forse per una naturale mancanza di elasticità dei tessuti, erano le più spettacolari.
Non si può dire che la callosità e la ruvidezza le corazzassero contro il dolore, anzi. Nei giorni di fredda tramontana, intorno alle unghie mozze, si aprivano spaccature, vere ragadi di viva carne. Il trattamento curativo e ammorbidente era un'emulsione di olio di oliva e acqua sbattuti insieme - "olio lavato" diceva lui -, oppure addirittura della sugna, come fossero scarpe di vacchetta. Le fasciava con una pezza e andava a letto. Non so quanto giovevole fosse la cura. Io, le mani di Birinzi, le vidi sempre a un modo. Mani da invalido civile, ecco.
Invece lavorò sempre e, purtroppo, andò anche a caccia. Meglio sarebbe stato che gli si fosse rattrappito l'indice prima di premere il grilletto del fucile, quella volta.
Andò così. Una sera, poco dopo il tramonto, intravide una strana bestia aggirarsi con passo felpato nel campo vicino alla villa padronale. Un animale mai visto: pelame chiaro rasato, occhi, muso e coda, neri.
"L'è una dondola", pensò Birinzi. "Se l'entra ne' pollai, poera annoi. L'è peggio della gorpe!" Corse a casa, prese il fucile, si appostò. "Indò la si sarà cacciata la bestiaccia?" Eccola a strofinarsi al peschino: Birinzi puntò e fece fuoco. Lo strano animale morì stecchito.
Birinzi chiamò, fece gente. Corsero la signora padrona e anche Ia signora sua figlia, giunta da pochi giorni in villeggiatura dalla città.
"La guardi, sora padrona, ho morto la dondola!", esclamò soddisfatto Birinzi in attesa di encomi. La padrona guardò e cacciò un urlo disumano. La figlia guardò e si basì. La "donnola" morta era il suo amatissimo gatto siamese.

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