Il cacao di José
Dall'Ecuador il cacao "Solidarietà". L'esperienza dei coltivatori
Scritto il 1 luglio 2000
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| Il cacao di José |
Nei giorni scorsi un rappresentante della cooperativa Mcch, José Santos, è venuto in Italia per promuovere il commercio equo e solidale, che nonostante gli importanti risultati raggiunti rappresenta sempre una piccola parte rispetto agli imponenti flussi del mercato mondiale.
'In Ecuador molte cose sono migliorate, anche da un punto di vista sociale e di qualità della vita - ha detto Santos, che si è fermato anche a Firenze -. Nel mio paese si producono, all'anno, circa 80 mila tonnellate di cacao, di cui il 70 per cento viene coltivato da piccoli produttori. In questo contesto si inserisce la cooperativa, con una produzione annua, in grani, di circa 5 mila tonnellate'.
Purtroppo la recente normativa europea che consente di sostituire, in parte, il burro di cacao con altri grassi vegetali rischia di penalizzare pesantemente i produttori del sud del mondo e al tempo stesso di abbassare notevolmente la qualità del cioccolato.
'Come Coop vogliamo rassicurare i consumatori: nei nostri prodotti a marchio non è e non sarà mai utilizzato alcun ingrediente che non appartenga alla famiglia del cacao', sottolinea Roberto Cavallini, responsabile nazionale Coop per il commercio equo e solidale. Che coglie l'occasione per annunciare l'arrivo, previsto per il mese di ottobre, di altri prodotti fatti con il cioccolato equo e solidale: non più solo cacao in polvere, ma anche tavolette al latte e fondenti di altissima qualità, di produzione biologica garantita al 100 per cento. 'Questo perché in Ecuador non c'è alcun bisogno di utilizzare prodotti chimici, come i pesticidi spiega Santos -. I nostri prodotti non sono ancora certificati biologici, perché per avere la certificazione ci vogliono tempo e soldi, circa 25 mila dollari. Ma fra un paio d'anni saremo in grado di esibire anche noi questo riconoscimento ufficiale'.
Un po' di dati
Nel corso del '99 sono state inserite sul mercato italiano oltre 150 tonnellate di cacao, grazie all'impegno della rete del commercio equo e solidale. Coop, nell'arco di un anno, ne ha vendute complessivamente 66 mila confezioni, per un importo di 165 milioni di lire.
L'obiettivo del commercio equo e solidale, come ormai molti consumatori già sanno, è spezzare il rapporto ineguale che lega lo scambio fra paesi ricchi e poveri. I principi che lo regolano sono molto semplici: il prezzo di acquisto dei prodotti è sempre superiore a quello imposto dalle quotazioni del mercato internazionale; le merci vengono comprate senza intermediari; i produttori hanno diritto a ricevere prefinanziamenti per evitare l'indebitamento e i partner commerciali del sud devono garantire condizioni di lavoro adeguate e interventi di utilità sociale (scuole, assistenza sanitaria ecc.).
Il loro Governo non li ostacola, ma nemmeno li aiuta: per questo i piccoli produttori della Mcch contano molto sul consolidamento del commercio equo. Un modo di fare solidarietà evitando inutili assistenzialismi, in questo filo diretto con il sud del mondo che dipende anche da ognuno di noi.
Non solo cacao
Il cacao non è il solo prodotto equo e solidale commercializzato da Coop. Ci sono anche caffè, tè e miele: l'anno scorso, complessivamente, ne sono stati venduti circa 600 mila pezzi, per un valore complessivo di oltre due miliardi e mezzo di lire.
A Pasqua di quest'anno, inoltre, sono state vendute circa 30 mila uova di cioccolato, fatte con il cacao del commercio equo e solidale. Il caffè resta in assoluto il prodotto più richiesto, con 334 mila pezzi, seguito ad una certa distanza dal tè (111 mila pezzi).
Ci sono poi i palloni etici, ovvero realizzati senza lo sfruttamento della manodopera infantile, solitamente impiegata per le fasi di cucitura. Nel '99 le vendite del pallone etico hanno raggiunto quota 40 mila, per un importo superiore a un miliardo di lire. L'obiettivo del progetto, promosso insieme all'Unicef, è di arrivare a realizzare le strutture necessarie per garantire un'istruzione ai più piccoli, in modo da aiutare le famiglie a rimuovere quanto prima le cause che hanno portato al lavoro minorile.

