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Le loro prigioni

Scritto da Riccardo Gatteschi il 1 giugno 2001

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.
Le loro prigioni
Fino da quando - nei primi decenni dell'Ottocento - si è cominciato a pensare alla prigione non solo come a un puro e semplice luogo dove scontare una pena ma piuttosto come ad un'opportunità di riabilitazione, il periodo di condanna per i carcerati si riduceva ad un concentrato di sofferenze. Tutte le strutture penitenziarie giunte fino a noi dai secoli passati hanno un denominatore comune: celle anguste, buie e umide, pancaccio di legno a servire da letto, tavolo e sedia, niente servizi igienici, una dieta con poca fantasia, solito pane e solita acqua. Insomma, all'essere umano che aveva sbagliato non solo si toglieva la libertà, ma si costringeva a sopravvivere nel peggior modo possibile... e se non ce la faceva, tanto meglio!
Il castello di Lari, recentemente restaurato con un fedele ripristino della residenza dei Vicari, offre un'immagine esauriente di come doveva essere l'esistenza, nel corso dei secoli, di un detenuto.
La parte più antica della prigione è un sotterraneo chiamato appropriatamente l'Inferno. Mancavano quasi del tutto l'aria e la luce, umidità e animali di ogni genere regnavano sovrani.
La "Sala dei tormenti", arricchita con strumenti d'epoca, era quello spazio dove si procedeva alla tortura nel caso che il reo fosse restio a confessare; ma era anche il luogo dove si giustiziavano quei carcerati ritenuti indegni di continuare a vivere. E perché la morte non costituisse solo quel terribile attimo liberatorio, si erano escogitati i sistemi più crudeli per rendere l'agonia quanto più lunga e tormentosa possibile. Sembra che un sistema seicentesco in auge nel carcere di Lari fosse quello di legare il condannato a testa all'ingiù, con le gambe divaricate, e segarlo in due parti uguali. Dal momento che, in quella posizione, il sangue affluiva copioso al cervello, il condannato rimaneva più a lungo cosciente.
Le celle settecentesche presentano un aspetto meno disumano, anche se non mancano i ceppi, le catene, gli scuri alle finestre per impedire la luce anche di giorno, e l'infame bugliolo a rendere l'aria irrespirabile.
Le lugubri immagini del castello-museo di Lari, che rendono appieno il grado di crudeltà che caratterizzava il concetto di giustizia nella vita dei nostri (per fortuna) lontani progenitori, sono mitigate dalla presenza di un piccolo oratorio settecentesco che sorge nel cortile esterno del palazzo dei Vicari. Ad una prima occhiata non presenta niente di straordinario: si tratta di uno spazio rettangolare piuttosto spoglio all'interno. La sua singolarità consiste nel fatto che, parallele ai suoi due lati più lunghi, si aprono dieci minuscole celle - cinque per parte - riservate ai carcerati che venivano obbligati ad assistere alle funzioni religiose. Perché - si pensava ancora nel secolo dell'Illuminismo - se era giusto che l'autore di qualche azione illegale dovesse espiare la propria pena attraverso le maggiori sofferenze corporali, era altrettanto giusto e importante che, spiritualmente, potesse godere dei migliori benefici. Ecco allora che per le feste comandate i carcerati più meritevoli avevano il privilegio di assistere direttamente alle cerimonie religiose. Unica costrizione era quella di non poter rivolgere lo sguardo in nessun'altra direzione che non fosse quella dell'altare. E infatti le piccole finestre - quasi delle feritoie - sono oblique (e il loro angolo varia dall'una all'altra) in modo che lo sguardo del carcerato non potesse distrarsi con altre immagini se non quelle del sacerdote officiante.

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