L'arte in Cassa
Un palazzo storico impreziosito dagli affreschi di Galileo Chini
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Tuttavia, tra i due edifici corrono oltre quattro secoli di differenza. Nel 1897 la Cassa di Risparmio di Pistoia, una tra le più antiche della Toscana (è stata fondata nel 1831), bandiva un concorso nazionale per la costruzione di una nuova e prestigiosa sede cittadina. Risultò vincitore il progetto dell'architetto bolognese Tito Azzolini, che nel rispetto di quanto aveva espressamente richiesto la committenza, riflettendo le comuni istanze del gusto dell'epoca, si ispirava alle forme dell'architettura fiorentina del Quattrocento. La severa fabbrica neorinascimentale, ultimata e inaugurata nel 1905, costituisce uno tra i maggiori esempi italiani di quel ritorno agli stili storici fiorito durante la seconda metà dell'Ottocento, come risposta alla necessità di istituire uno stile che definisse la nuova identità nazionale.
Nonostante l'evidente fedeltà al modello di riferimento, l'Azzolini introdusse nell'apparato decorativo esterno dell'edificio alcuni elementi innovativi, che miravano senz'altro ad addolcirne la struttura robusta ed un po' arcigna.
Tra le finestre del pian terreno e quelle del primo piano corre un bel fregio policromo di ispirazione robbiana, realizzato in terracotta smaltata ed invetriata, composto da medaglioni che recano i ritratti di alcuni celebri economisti italiani e stranieri, alternati agli stemmi dei Comuni della provincia di Pistoia. Il secondo piano era invece decorato da un ciclo di affreschi andato irrimediabilmente perduto, opera del pittore Achille Casanova (concittadino dell'Azzolini), che esaltava in chiave allegorica il lavoro dell'uomo, assecondando quel gusto borghese, filantropico e didattico, tipico dell'epoca. Nell'angolo a sinistra di chi guardava il palazzo erano simbolicamente raffigurate la Beneficenza e la Previdenza, e in quello a destra il Lavoro e la Prosperità.
Varcata la porta di ingresso, pregevole opera in legno dei pistoiesi Alfonso ed Amos Natali, si accede ad un atrio porticato, sempre in stile quattrocentesco, con archi a tutto sesto sorretti da colonne in pietra serena. A destra di chi entra si apre lo scalone che conduce al piano superiore, le cui pareti e la volta rivelano in tutto il loro fulgore gli affreschi di Galileo Chini. Il giovane pittore decorò ad affresco anche alcuni dei vestiboli e dei principali ambienti del secondo piano, come la Sala delle assemblee, arricchita alle pareti da pannelli di legno intarsiato e da un magnifico soffitto a lacunari eseguito dal pistoiese Giuseppe Chiti, dal quale pendono due preziosi lampadari in vetro colorato di Murano. La Sala delle assemblee ricostruisce e reinterpreta, secondo quella che era la sensibilità del tempo, un ambiente fiorentino del XV secolo. Osservandone la ricchezza decorativa possiamo capire come all'epoca le cosiddette arti maggiori (pittura, scultura ed architettura) fossero ancora reciprocamente integrate con le arti minori, ovvero con quei manufatti che oggi definiremmo artigianali, paziente opera di sapienti scalpellini, intagliatori e intarsiatori, eredi delle antiche botteghe toscane.
Gli affreschi del neoquattrocentesco Palazzo della Cassa di Risparmio rappresentarono per Galileo Chini la sua prima importante e impegnativa commissione. Su una vastissima superficie egli compose un viluppo continuo, sinuoso ed elegante, di figure e motivi ornamentali, con scene intricate di racemi, piumaggi di pavoni e festoni d'alloro sorretti da putti, che seguono ed accompagnano le raffinate partiture architettoniche in pietra serena dei vari ambienti. In questo ciclo pittorico Chini trascende il gusto e lo stile neorinascimentale cui era stato educato dal suo maestro, il pittore Augusto Burchi, per avvicinarsi ai modi e alle forme proprie dell'"Art Nouveau". La tavolozza del Chini è ricca di impasti, i colori sono puri e squillanti. Il blu oltremare, le accese e cangianti tonalità dei bianchi e dei rossi si esaltano nel reciproco confronto con la foglia oro, utilizzata per comporre le scritte ed arricchire con raffinate marezzature le brillanti campiture di colore. Tali soluzioni estetiche, piuttosto innovative se le pensiamo applicate all'affresco, furono certamente suggerite al Chini dalla sua celebre attività di ceramista liberty, alla quale il suo nome è indissolubilmente legato.
Dalla banca alla Scala
Galileo Chini (Firenze 1873-Lido di Camaiore 1956) fu pittore, ceramista e scenografo. Nel 1897 fondò la società "Arte della Ceramica", affermandosi come uno dei maggiori ceramisti liberty dell'epoca. Come pittore curò, soltanto per fare qualche esempio, la decorazione dei saloni delle biennali di Venezia dal 1902 al 1914, del Palazzo Reale di Bangkok (1911-13) e delle Terme Berzieri di Salsomaggiore (1922). Il 25 aprile del 1926 al Teatro alla Scala veniva eseguita la prima di "Turandot" di Puccini, per la quale Chini aveva progettato le cinque scene dell'opera.
Le ribellioni di Ketty
A venticinque anni di distanza dalla prematura scomparsa, il Museo di Arte Contemporanea e del Novecento rende omaggio a Ketty La Rocca, presentando per la prima volta al pubblico l'installazione "Il Punto di vista", che fino ad oggi è rimasto sempre allo stadio di progetto.
In mostra saranno presenti anche numerose opere che ripercorreranno tutto l'itinerario di Ketty La Rocca, artista sperimentale degli anni '60, anni del boom economico e della contestazione studentesca, che costituirono per l'arte un momento di grande tensione innovativa e sperimentale. Sono opere realizzate con tecniche miste (dal collage alla fotografia, agli acetati), di grande impatto visivo. L'opera di Ketty La Rocca è critica verso la società dei consumi, della quale denuncia la falsità dell'informazione pubblicitaria, verso la situazione femminile, verso il potere maschile dello Stato e della Chiesa.
Omaggio a Ketty La Rocca
a cura di Lucilla Sacca
Museo di Arte Contemporanea e del Novecento
Villa Renatico Martini, Monsummano Terme
Fino al 17 giugno
Ingresso libero
Informazioni: tel. 0572952140
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