Un cognome per Napoleone
Da "Il mio nome a memoria" di Giorgio Van Straten, Mondadori, Milano 2000
Scritto il 1 giugno 2001
Rotterdam, 1811.
Hartog Alexander era un uomo piccolo, di piccoli sogni. Magro, con occhi chiari fra il grigio e l'azzurro. Un ebreo come tanti, a cui sarebbero bastati i cetrioli, la pipa e una vita tranquilla, più tranquilla di come quegli anni di guerre continue e commerci interrotti gli avessero permesso. Non si aspettava altro che giorni uguali a quelli che c'erano stati, né immaginava canali diversi da quelli di Rotterdam.
Poi era arrivato l'editto francese. Per molti rimase uno scherzo: che nome sceglierai? Alcuni si erano inventati animali, altri colori. Tanto, che poteva importare? Ma per Hartog, via via che cresceva il buio dell'inverno e il freddo, tutto si era complicato.
Un nome, non si trattava che di un nome. Anzi, per essere precisi, di un cognome. Loro non l'avevano mai avuto, come quasi nessuno degli ebrei di Rotterdam. E questo per i funzionari francesi non andava bene. Riempivano grossi libri con i dati di tutti gli abitanti: indicavano il giorno della nascita, l'indirizzo, la professione. E per tutti ci volevano nome e cognome. Non bastava più dire Hartog, figlio di Alexander. Non era sufficiente.
Una fissazione dei francesi, avevano detto in sinagoga, la loro mania di mettere tutto in ordine. Un grande impero ha bisogno di una grande burocrazia: così dicevano i funzionari del governo. Hartog all'inizio non aveva capito, o, semplicemente, non gliene era importato.
Era successo a poco a poco, come una marea lenta che salisse oltre le dighe, oltre ogni riparo. Un lento rimuginare, fumando la pipa. E alla fine anche a lui era sembrato che gli mancasse qualcosa. Come se un cognome fosse un braccio o una gamba. Quelli non ce l'hanno, quelli non sono cittadini.
«Noi, Luigi Bonaparte, Re d'Olanda...». Toccava a lui, a Hartog sceglierlo. Quello che voleva: un animale, un colore. Ma una scelta doveva essere fatta. E allora anche lui avrebbe avuto le braccia e le gambe come tutti gli altri.
(...) Hartog si ritrovò nella piazza. Sopra di lui un sole pallidissimo affogava nella nebbia. Si sentiva vuoto, privo di energia, e pensò che forse quel giorno non avrebbe neppure aperto la bottega.
Ma era soddisfatto della sua scelta. Straaten, come il piccolo paese fiammingo dal quale erano arrivati i suoi antenati. Così nessuno avrebbe scordato le origini, fino all'ultimo dei suoi discendenti.
E poi Straaten (strade in olandese) perché erano ebrei: erranti, quindi, per il mondo. E anche questo era un segno, nonostante lui conoscesse solo i canali di Rotterdam e fosse sicuro che da quelli non si sarebbe mai mosso.
Eccolo lì, il piccolo Hartog: ora aveva tutto quello che serviva ad affrontare il mondo, e anche a perdercisi dentro. La paura, entrata da poco nella sua vita, era destinata a non uscirne più. Ma la sua era finalmente diventata una storia, vera, cosparsa di date e nomi: una vita completa.
Il libro
Radici ritrovate
Un nome. Un semplice nome. Inventarselo non deve essere stato facile. Creare dal nulla un qualcosa che le generazioni future porteranno con sé è una responsabilità grandissima. Lo sa bene Hartog, figlio di Alexander, venditore di cetrioli a Rotterdam. Lui, come centinaia di altri ebrei che vivono in Olanda, deve trovarsi un cognome. La legge glielo impone. E' il 1811. Lui sceglierà Van Straaten, immaginando forse il destino di viaggi, di vie e strade da percorrere che avrebbe guidato la sua progenie attraverso il mondo. Fino a Firenze.
Con "Il mio nome a memoria" Giorgio Van Straten ricostruisce l'avventurosa epopea di una famiglia, la sua, attraverso due secoli. Unita da un solo destino. Il nome. «Alla fine degli anni '80 è morto mio padre e all'improvviso ho capito che sapevo molto poco di lui - racconta lo scrittore -. Allora ho cominciato a cercare di ricostruire la sua storia e ad immaginare un rapporto più intenso e approfondito. Il contatto con parenti lontani e la scoperta del certificato di Hartog del 1811 hanno fatto il resto». E le strade del suo albero genealogico si sono riunite. In un romanzo appassionante.
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Poi era arrivato l'editto francese. Per molti rimase uno scherzo: che nome sceglierai? Alcuni si erano inventati animali, altri colori. Tanto, che poteva importare? Ma per Hartog, via via che cresceva il buio dell'inverno e il freddo, tutto si era complicato.
Un nome, non si trattava che di un nome. Anzi, per essere precisi, di un cognome. Loro non l'avevano mai avuto, come quasi nessuno degli ebrei di Rotterdam. E questo per i funzionari francesi non andava bene. Riempivano grossi libri con i dati di tutti gli abitanti: indicavano il giorno della nascita, l'indirizzo, la professione. E per tutti ci volevano nome e cognome. Non bastava più dire Hartog, figlio di Alexander. Non era sufficiente.
Una fissazione dei francesi, avevano detto in sinagoga, la loro mania di mettere tutto in ordine. Un grande impero ha bisogno di una grande burocrazia: così dicevano i funzionari del governo. Hartog all'inizio non aveva capito, o, semplicemente, non gliene era importato.
Era successo a poco a poco, come una marea lenta che salisse oltre le dighe, oltre ogni riparo. Un lento rimuginare, fumando la pipa. E alla fine anche a lui era sembrato che gli mancasse qualcosa. Come se un cognome fosse un braccio o una gamba. Quelli non ce l'hanno, quelli non sono cittadini.
«Noi, Luigi Bonaparte, Re d'Olanda...». Toccava a lui, a Hartog sceglierlo. Quello che voleva: un animale, un colore. Ma una scelta doveva essere fatta. E allora anche lui avrebbe avuto le braccia e le gambe come tutti gli altri.
(...) Hartog si ritrovò nella piazza. Sopra di lui un sole pallidissimo affogava nella nebbia. Si sentiva vuoto, privo di energia, e pensò che forse quel giorno non avrebbe neppure aperto la bottega.
Ma era soddisfatto della sua scelta. Straaten, come il piccolo paese fiammingo dal quale erano arrivati i suoi antenati. Così nessuno avrebbe scordato le origini, fino all'ultimo dei suoi discendenti.
E poi Straaten (strade in olandese) perché erano ebrei: erranti, quindi, per il mondo. E anche questo era un segno, nonostante lui conoscesse solo i canali di Rotterdam e fosse sicuro che da quelli non si sarebbe mai mosso.
Eccolo lì, il piccolo Hartog: ora aveva tutto quello che serviva ad affrontare il mondo, e anche a perdercisi dentro. La paura, entrata da poco nella sua vita, era destinata a non uscirne più. Ma la sua era finalmente diventata una storia, vera, cosparsa di date e nomi: una vita completa.
Il libro
Radici ritrovate
Un nome. Un semplice nome. Inventarselo non deve essere stato facile. Creare dal nulla un qualcosa che le generazioni future porteranno con sé è una responsabilità grandissima. Lo sa bene Hartog, figlio di Alexander, venditore di cetrioli a Rotterdam. Lui, come centinaia di altri ebrei che vivono in Olanda, deve trovarsi un cognome. La legge glielo impone. E' il 1811. Lui sceglierà Van Straaten, immaginando forse il destino di viaggi, di vie e strade da percorrere che avrebbe guidato la sua progenie attraverso il mondo. Fino a Firenze.
Con "Il mio nome a memoria" Giorgio Van Straten ricostruisce l'avventurosa epopea di una famiglia, la sua, attraverso due secoli. Unita da un solo destino. Il nome. «Alla fine degli anni '80 è morto mio padre e all'improvviso ho capito che sapevo molto poco di lui - racconta lo scrittore -. Allora ho cominciato a cercare di ricostruire la sua storia e ad immaginare un rapporto più intenso e approfondito. Il contatto con parenti lontani e la scoperta del certificato di Hartog del 1811 hanno fatto il resto». E le strade del suo albero genealogico si sono riunite. In un romanzo appassionante.
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