Tutto libri e politica
Incontro con Giorgio Van Straten
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Quando ho pensato seriamente di fare lo scrittore? Non so, forse alla fine degli anni '70, durante il periodo universitario, che è stato piuttosto complicato per quelli della mia generazione. Erano gli anni della disillusione, della crisi profonda della politica come idea totalizzante di vita. Allora ho capito che quella non sarebbe stata la mia professione e che la scrittura avrebbe potuto dare un senso al mio modo di intendere l'impegno sociale».
Parlare di letteratura con Giorgio Van Straten non è possibile senza parlare dell'altro suo grande amore, l'impegno politico. Due binari che s'intrecciano e dialogano. Due attività cariche della stessa tensione morale, seppure con percorsi diversi. Quarantasei anni, fiorentino, Van Straten ha pubblicato il suo primo racconto, "La memoria e gli occhi", nel 1983, sulla rivista "Linea d'ombra". Ma il primo romanzo che lo ha rivelato al grande pubblico e che ha fatto gridare al fenomeno è stato "Generazioni", nel 1987. Sono seguiti "Hai sbagliato foresta" nel 1989, "Ritmi per il nostro ballo" nel '92, "Corruzione" nel '95 e "Il mio nome a memoria" nel 2000, con il quale ha conquistato il premio Viareggio e numerosi altri riconoscimenti. Nel frattempo Van Straten è stato anche direttore dell'Istituto Gramsci toscano, ed è presidente dell'Orchestra regionale toscana e dell'Agis.
L'attività nella politica culturale va di pari passo con quella della scrittura. «A parte il fatto che non potrei mantenermi facendo solo lo scrittore, la verità è che questi impegni sono fondamentali perché mi mettono in contatto con persone e ambienti molto diversi che poi mi sono utili per la scrittura spiega Van Straten . Però sono un autore pigro, ho scritto solo cinque libri in quindici anni. Quello che mi interessa è scrivere qualcosa che serva, che abbia una permanenza».
Van Straten, che confessa di essere un grande lettore ma solo "a periodi", dichiara di avere avuto come punto di riferimento nella sua formazione la letteratura americana di Salinger, ma di amare anche gli israeliani Grossman e Yehoshua, e di aver scoperto solo più tardi gli italiani. Un nome per tutti? Elsa Morante con "La Storia".
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Parlare di letteratura con Giorgio Van Straten non è possibile senza parlare dell'altro suo grande amore, l'impegno politico. Due binari che s'intrecciano e dialogano. Due attività cariche della stessa tensione morale, seppure con percorsi diversi. Quarantasei anni, fiorentino, Van Straten ha pubblicato il suo primo racconto, "La memoria e gli occhi", nel 1983, sulla rivista "Linea d'ombra". Ma il primo romanzo che lo ha rivelato al grande pubblico e che ha fatto gridare al fenomeno è stato "Generazioni", nel 1987. Sono seguiti "Hai sbagliato foresta" nel 1989, "Ritmi per il nostro ballo" nel '92, "Corruzione" nel '95 e "Il mio nome a memoria" nel 2000, con il quale ha conquistato il premio Viareggio e numerosi altri riconoscimenti. Nel frattempo Van Straten è stato anche direttore dell'Istituto Gramsci toscano, ed è presidente dell'Orchestra regionale toscana e dell'Agis.
L'attività nella politica culturale va di pari passo con quella della scrittura. «A parte il fatto che non potrei mantenermi facendo solo lo scrittore, la verità è che questi impegni sono fondamentali perché mi mettono in contatto con persone e ambienti molto diversi che poi mi sono utili per la scrittura spiega Van Straten . Però sono un autore pigro, ho scritto solo cinque libri in quindici anni. Quello che mi interessa è scrivere qualcosa che serva, che abbia una permanenza».
Van Straten, che confessa di essere un grande lettore ma solo "a periodi", dichiara di avere avuto come punto di riferimento nella sua formazione la letteratura americana di Salinger, ma di amare anche gli israeliani Grossman e Yehoshua, e di aver scoperto solo più tardi gli italiani. Un nome per tutti? Elsa Morante con "La Storia".
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