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La lettera di Indro

Scritto da Giovanni Lombardi il 1 ottobre 2001

Docente e direttore del periodico "Il segno di Empoli"
E' nato e vive a Empoli. Giornalista professionista dal 1959, è stato docente negli Istituti Superiori e all'Università di Firenze. Critico teatrale e direttore artistico del Teatro Shalom di Empoli. Fra le sue opere, il volume "Agenda d'incontri", edito da Polistampa.
Anche se in forma indiretta — a causa dei suoi numerosi impegni — Indro Montanelli mantenne continui rapporti di amicizia e di vicinanza con Fucecchio, la sua terra di nascita, in cui i suoi progenitori (basti pensare a Giuseppe Montanelli) hanno lasciato una profonda traccia storica e culturale.
C'è un frammento della memoria che testimonia il legame di Montanelli col tessuto della zona del Cuoio, dell'empolese e della Valdelsa: si tratta di un fatto avvenuto nel 1993, quando Montanelli era ancora direttore de "Il Giornale", un fatto legato ad uno spettacolo teatrale che suscitò largo interesse. Il teatro Shalom, infatti, decise di rappresentare un testo teatrale di Montanelli dal titolo "I sogni muoiono all'alba", legato strettamente al ricordo delle drammatiche giornate del 1956 in occasione della rivolta ungherese e dell'intervento dei carri armati sovietici. Nella veste di inviato del Corriere della Sera, Montanelli si trovò bloccato in una stanza d'albergo insieme ad altri giornalisti di diversa posizione politica e ideologica. Mentre il terrore imperversava nelle vie di Budapest, i giornalisti dettero luogo ad un'animata e sofferta discussione intorno al primo sintomo del crollo dell'illusione comunista. Una volta rientrato in Italia, Montanelli sentì il bisogno di fissare le sue impressioni, i suoi sentimenti, in un testo teatrale che venne ignorato, come vuole il copione storico del conformismo italiano di ieri e di oggi. Lo Shalom, di orientamento cattolico, legato all'Opera della Madonnina del Grappa, lo ripropose, per fare apprezzare il tono anticipatore e l'acuta intelligenza di Montanelli, laico e non credente, e per valorizzare la freschezza del concitato colloquio fra i giornalisti prigionieri.
Montanelli apprezzò l'iniziativa e volle ringraziare la direzione — e quindi il sottoscritto — e il teatro per la scoperta. Mi scrisse una lettera dal tono sottilmente ironico e di stampo libertario, fuori dal coro, come ha sempre fatto nella sua vita. Perché Montanelli sapeva capire ed apprezzare chi privilegiava la cultura rispetto alle meschinità della querelle politica.

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