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Il tempo delle mele

Scritto da Miriam Serni Casalini il 1 ottobre 2001

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C'era una stanza da qualche parte della casa, una
Il tempo delle mele
stanza speciale che profumava di mele.
Erano le mele conservate sulle stuoie, le piccole meline verdi con le guancette rosee come quelle dei bambini sani, di un sapore dolcissimo e insieme asprigno e l'intenso odore che si spandeva e spifferava oltre la porta.
Ne prendevi una, la strofinavi veloce sul grembiule per levare via la polvere — che di lavaggi non c'era bisogno — e l'addentavi.
Ti potevi ritrovare in bocca un "gigi", roseo anche lui, che nella mela si era ritagliato il suo piccolo mondo senza però alterarne il sapore, lo scansavi scattivando la mela, ed era fatto.
C'era tant'altro nella stanza, paradiso pieno di promesse.
L'uva, con la buccia sottile ormai grinzosa, stava appesa in penzoli.
Era l'uva per il vin santo, davvero sacro liquore che assorbiva tutte le sapienti cure del capoccia, e c'era l'uva da conservare più turgida, da mangiare a capo d'anno benaugurante "quattrini".
Poterne avere un gramiciolo dal sapore di zibibbo per una merenda fuori stagione, era una festa.
Nocciole, mandorle e noci. Le noci... altra saporosa merenda, col pane, naturalmente.
Sopra un'asse, tra la paglia, stavano spesso a maturare le sorbe.
«Con il tempo e con la paglia maturano le sorbe e la canaglia», dice un proverbio.
In verità, io, di sorbe mature ne ho trovate sempre poche, più spesso marce o ancora acerbe allappanti da legare la bocca, ma la ricerca e l'assaggio diventavano quasi un gioco per noi ragazzi. Tanti pomodorini rossi "da brodo" erano appesi a mazzi, a grappoli impilati come festoni, anche quelli buoni da schiacciare in bocca quasi fossero ciliegie, ma ancor più buoni stropicciati sul pane con olio e sale.
Sulle mensole, alcuni cestini larghi come bacinelle alloggiavano fichi secchi "a piccia", zuccherosi, profumati d'anici e d'alloro, o fichi "tozzoni", interi, che ci piacevano meno: vuoi mettere due "picce gravide" di noci!
Non mancavano barattoli vari di pomodori sotto sale, di conserve — di quelle sode sgrondate in un telo legato agli staggi di una seggiola — poche marmellate, il grosso vaso di miele (da visitar col dito), cera d'api, olive nere e zucche gialle.
Le ciliegie sotto spirito o sciroppate, a noi vietate, erano gelosamente custodite nella vetrina del salotto. Nella stanza non mancavano, appesi, mazzi di camomilla e altre erbe salutari, come l'erba della paura. Tutto incensato e santificato dal profumo delle mele.
Era proprio una dispensa quella stanza e la nostra assidua frequentazione era tutta tesa a scovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Oggi, mio nipote, a tale scopo, caccia la testa nel frigorifero. Là dentro c'è ogni bendiddio. Manca il profumo delle mele.

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