Risate alla toscana
Il successo dei comici di casa nostra. In un libro l'analisi di un gradito fenomeno
![]() |
| Risate alla toscana 2 |
Non c'è che dire, la comicità parrebbe ancora parlare toscano. A conferma del buon momento della risata con la "c" aspirata, esce nelle librerie un volume ad essa dedicato, "Ahi ahi, i figliol di troia non muoian mai" con l'eloquente sottotitolo "La grande scuola dei comici toscani".
Si
![]() |
| Risate alla toscana 1 |
«L'umorismo toscano trova le sue radici nelle battute che venivano proferite nelle botteghe d'un tempo che fu - scrive il critico di Repubblica -. Erano dette da personaggi caratteristici, che i fiorentini chiamavano sagome, degni di figurare nei testi di Vasco Pratolini, nel teatro di Augusto Novelli, nelle canzoni di Odoardo Spadaro. Una comicità, quella nostra, sempre in bilico fra zingarate e atmosfere stralunate, fra espressioni da bar e battute geniali, dove c'è la gratuità del gesto compiuto soltanto per il gusto di farlo, senza che porti da nessuna parte, se non ad una fragorosa risata». Situazioni e personaggi che ritroviamo nel teatro vernacolare. Palcoscenici più o meno improvvisati, o sale dei dopolavori capaci però magicamente di riempirsi in tante domeniche (e non solo) degli anni '60 e '70. Il pubblico, che oltre a quella familiare aveva una forte componente piccolo-borghese, dopo dure giornate di lavoro andava a sfogarsi in un teatro nel quale talvolta abbondavano sberleffi e parolacce. Ma erano sberleffi usati in senso conservatore, senza critica eversiva. Il vernacolo, in fondo, era ben integrato nella società nella quale si muoveva. Fa riflettere il fatto che i figliocci di tale comicità siano le star del momento, mentre il vernacolo con gli anni sia andato via via sempre più ridimensionandosi, fin quasi a sparire.
«Erano altri tempi - sostiene sempre Incerti -. Quello del vernacolo era un teatro particolare. Sul palco convivevano talenti, guitti, dopolavoristi, casalinghe-attrici, vecchie promesse. La regia era pressoché assente. Come nelle antiche compagnie era il capocomico che curava tutto... e il risultato artistico era, giocoforza, alquanto modesto, tanto che molte volte la stessa stampa locale evitava di inviare il proprio redattore. Ciò che entusiasmava il pubblico era la prova d'attore delle varie Cesarina Cecconi, Wanda Pasquini, Dory Cei, Giovanni Nannini, i Niccoli (Andrea, Raffaello, Garibalda), Ghigo Masino e Tina Vinci, Raffaello Certini, Mario Marotta, Ughino Benci». E del resto a ben vedere i comici di adesso - nei loro recital - non fanno altro che riprendere i canoni tipici del vernacolo, avendo l'accortezza, questo sì, e la capacità di aggiungere satira politica e sociale, senso critico e riferimenti più o meno eruditi. Quell'erudizione che sta alla base della componente più nobile della nostra comicità e che fa da contraltare al vernacolo "antenato plebeo" quello per intendersi che ha in Paolo Poli l'antesignano più illustre.
A proposito di travestimenti: i nostri sono comici tristi che, come i clown, indossano la maschera allegra solo quando sono davanti al pubblico? «Direi di no, proprio per quella schiettezza e genuinità di cui dicevamo prima - continua Incerti -. Una vena di malinconia di fondo c'è, ma se vogliamo azzardare direi che forse i personaggi creati, da Cioni Mario a Mario il bagnino, sono dei perdenti e questo ce li rende ancora più vicini a noi e simpatici». Semmai - conclude il critico - quello che caratterizza i nostri attori-cabarettisti è la complicità, la voglia di lavorare insieme, la dichiarata appartenenza ad un gruppo. Storiche le performance dei Giancattivi (irresistibile la formazione più famosa composta da Athina Cenci, Francesco Nuti ed Alessandro Benvenuti), il drappello di "emigranti" romani, del quale facevano parte tra gli altri Roberto Benigni e Carlo Monni, fino alla più recente squadra di Vernice/Aria fresca in cui Carlo Conti ha saputo far convivere le esuberanti personalità di Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello, Massimo Ceccherini ed Alessandro Paci... e a ben pensarci anche i cinematografici "Amici miei" di Mario Monicelli le loro zingarate le perpetravano rigorosamente in gruppo. Un bravo psicologo forse troverebbe buon materiale di lavoro analizzando questo comportamento... a noi, però, basta solo che questa legione del buon umore continui a farci ridere. Tutto il resto, come cantava Califano, è noia!
Nella stessa sezione
- La voce dei ragazzi
- La storia passa dall'Ussero
- La strada del Granduca
- I cavalieri di Altopascio
- La Baracca
- La chiesa russa
- I sapori del Mugello
Dello stesso Autore
-
Maschere in festa
Febbraio 2012 -
Al cinema per le feste
Dicembre 2011 -
Al di qua dell’al di là
Novembre 2011 -
Il cinquantenne Zagor
Ottobre 2011 -
Gratis e di qualità
Settembre 2011 -
Acque e cultura
Luglio-Agosto 2011 -
Bon ton in cucina
Giugno 2011 -
Le idee sono farfalle
Maggio 2011 -
Amici da sempre
Aprile 2011 -
L'altra metà del libro
Marzo 2011


