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I cavalieri di Altopascio

Scritto da Riccardo Gatteschi il 1 gennaio 2002

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.
Per descrivere la sporcizia di Nuta, una ragazza di cui si era innamorato Guccio Porco, Giovanni Boccaccio,
I cavalieri di Altopascio 2
nella decima novella della sesta giornata del Decamerone, dice che il suo cappuccio era così unto che "avrebbe condito il calderon d'Altopascio". Un paio di secoli più tardi Niccolò Machiavelli, nella sua "Clizia", riferisce che "...Pirro, dall'altra parte, non è se non ...un cacapensieri che morrebbe di fame in Altopascio". Due citazioni, queste, per dimostrare quanto fosse famosa, per un ampio spazio di tempo, la cucina di Altopascio. Non solo la cucina, naturalmente. Conosciuto in tutta Italia e anche oltre - fin dall'XI secolo - era l'"hospitale" dei Cavalieri del Tau che proprio ad Altopascio, sul percorso della Via Francigena, avevano creato uno dei primi centri di assistenza e di ospitalità per le migliaia di viandanti che ogni anno percorrevano nei due sensi quella che, nel Medioevo, era considerata la maggiore arteria viaria fra il nord e il sud dell'Italia. Affidandoci alle cronache di alcuni viaggiatori dell'XI e del XII secolo, i punti di sosta dove era possibile rifocillarsi, disporre di un giaciglio per la notte e magari usufruire di un cerusico in caso di malattia, erano una trentina nel solo tratto toscano. Altopascio sarebbe stato uno dei primi e fra i più importanti. La tradizione parla di alcuni pii uomini di Lucca che avrebbero deciso di erigere in quel punto della Via Francigena una "Mansio hospitalis de Altupassu" per ragioni puramente filantropiche: soccorrere e accogliere viandanti e pellegrini, soldati e mercanti. Non solo: un altro obiettivo era quello di fare in modo che il tratto di strada di loro pertinenza fosse sicuro e confortevole. Ecco allora che si preoccupavano di mantenere la viabilità nel miglior modo possibile, non solo per quanto riguardava il tracciato ma anche per la sua sicurezza. Quindi cura e attenzione nella costruzione e manutenzione di guadi e ponti che attraversavano i non pochi corsi d'acqua e all'erta per tenere la strada libera da briganti, banditi, e predoni d'ogni genere. E per i viandanti che per qualsiasi accidente perdevano la retta via, smarriti nelle infide terre palustri di Bientina e di Fucecchio, ecco la "Smarrita", una campana che dall'alto del campanile della pieve di Sant'Jacopo faceva sentire i suoi rintocchi ogni mezz'ora, salvo, al tramonto, suonare ininterrottamente per un'ora. Per via di tutte quelle incombenze, ai primitivi religiosi si sostituì, nel corso del tempo, una confraternita dalle caratteristiche spiccatamente laiche. Erano i Cavalieri del Tau, il cui simbolo ricamato sul petto delle loro uniformi,
I cavalieri di Altopascio
appunto la lettera dell'alfabeto greco, stava a significare operosità laica ma anche carità cristiana. Ad una prima menzione nell'anno 1082, su un documento dell'archivio vescovile di Lucca, fanno seguito tutta una serie di lodi e privilegi da parte di molti pontefici, a sottolineare la sua crescente importanza. Un'importanza che travalicò anche i confini italiani, tanto che nacquero sue filiali — "obedientiae" erano chiamate — in Francia, in Spagna, in Inghilterra... Sebbene il grande complesso di Altopascio abbia subito numerosi rimaneggiamenti, specialmente in seguito alla sua definitiva soppressione avvenuta nel 1587, l'originaria struttura è facilmente decifrabile. Innanzi tutto nella chiesa, riferibile al XII secolo, con la facciata in stile lucchese e la parte absidale; poi nella torre campanaria - datata 1280, con quattro ordini di finestre, da monofore a quadrifore - che conserva tuttora la famosa "Smarrita" fusa in bronzo nel 1327; infine nella struttura architettonica dell'originario "hospitale", con i cortili e il chiostro principale impreziosito da un pozzo e coronato dai vari alloggiamenti. E al centro di tutto ecco la cucina e il refettorio dove, secondo la tradizione, non si rifiutava mai una scodella di minestra calda o una fetta di pane: chi aveva denaro era invitato a pagare; chi non poteva sostituiva i soldi con le preghiere. Per saperne di più: Per visite guidate al complesso monastico, tel. 0583216525 e 0583216280. Il Museo "Raccolta Storica della vita materiale dell'antica Altopascio" è visitabile su prenotazione.

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