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Vero "caffè ottomano"

Locali storici - Lucca

Scritto da Pier Francesco Listri il 1 febbraio 2002

00000031-00000001 Giornalista e scrittore
Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso".

Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar".

Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.
Vero "caffè ottomano"
In poche città toscane, come a Lucca, fiorirono, a partire dal Settecento, tanti locali del "vero caffè ottomano", gestiti dalle più abili genie di caffettieri che si conoscono: i lucchesi stessi, e gli svizzeri scesi in Italia ad aprir locali sempre fortunati.
Nel secolo che sostituì il caffè alla nobile cioccolata, Lucca vide sorgere molti locali. Diversi nell'atmosfera e rinnovati negli arredi, qualcuno sussiste ancora oggi, come l'Antico Caffè Pult (rigorosamente svizzero, allora) che con nome diverso sta presso via Fillungo, o il Bar Stella Polare, ben noto a tutti i lucchesi, presso l'ombrosa e nobile piazza Napoleone.
Due caffè su tutti - tuttora fiorenti - primeggiano tuttavia sulla storia di Lucca: l'Antico Caffè delle Mura e, quasi bisecolare, il nobilissimo Caffè Caselli, da tempo ormai passato ai fratelli Di Simo.
Situato sotto i platani delle Mura, in posizione bellissima, presso il Bastione di Santa Maria, si vuole che l'Antico Caffè delle Mura (tale è ancora dal 1839 il suo nome) fosse stato richiesto dallo stesso Carlo Ludovico di Borbone, felicemente regnante, che ne scelse la dislocazione sopra un antico corpo di guardia. L'epoca ispirò l'architetto Lazzarini allo stile e al gusto neoclassico: belle colonne doriche e aerea terrazza sovrastante. Il regale mecenate, la bella posizione e lo sfarzo degli arredi favorirono un successo che durò ininterrotto fino a fine Ottocento quando, per motivi urbanistici, fu abbattuto e ricostruito e subito riprese a godere di fama mondana.
In anni più vicini, subito dopo la fine dell'ultima guerra, il Caffè delle Mura subì un soprassalto per l'estro del nuovo gestore, il pittore Aligi Salotti, che lo impose - con qualche eccesso scenografico per il gusto lucchese - e volle farne un centro di cultura e di incontri (vi ebbe breve vita anche un premio di poesia). Poi decadde e fu chiuso. Riaprì a metà degli anni Sessanta. Da allora continua a prosperare, meta amata dai lucchesi per il sottile clima d'epoca che vi si respira.
Alfredo Caselli, uomo di affari e mecenate col gusto per le arti, fece del Caffè omonimo, ereditato dal padre come gran drogheria nella splendida via Fillungo, il più celebre caffè della Lucca ottocentesca. Volle renderlo fantasiosamente elegante ed esoticamente accogliente. Nelle belle vetrine sulla gran strada e negli scaffali spiccavano prodotti unici, dolci rari e profluvi di caramelle al profumo di fiori sistemate in bomboniere, vasi di cristallo, cestini adornati, fra mazzi di fiori di stagione. Nelle tre salette contigue, con boiserie e divani alle pareti, si adunavano scelti clienti. Una soprattutto era detta "il salotto delle celebrità". Vi sostarono, nel tempo, Verdi e Puccini, Pascoli e Carducci, Catalani e Viani, Verga, Mascagni e Ungaretti, mentre il versiliese scrittore Enrico Pea vi era di casa e aveva un tavolo solo per lui. Ancora nell'ultimo dopoguerra la fama di questo caffè degli artisti era tenuta spontaneamente in vita dagli intellettuali lucchesi, Guglielmo Petroni e Arrigo Benedetti vi facevano capatine quotidiane.
Alfredo era riuscito a fare del Caselli quasi un atelier e un giornale delle arti: ogni prima pucciniana (e lui non vi mancava mai, come a quella di Bohème a Parigi) era seguita dai dispacci appesi alle vetrine. Le tante lettere corse fra questo geniale caffettiere e Giovanni Pascoli dettero luogo a un epistolario oggi pubblicato. Il poeta dedicava poesie a Caselli, lui lo contraccambiava di attenzioni, non escluso il buon vino delle sue vigne.
Nel 1921 Alfredo Caselli, che da tempo si era ritirato dal suo locale, morì a San Pellegrino in Alpe (una lapide là lo ricorda). Il caffè passò ai fratelli Di Simo (che tuttora gli danno il nome) che ne proseguirono la tradizione, anche istituendo, nei primi anni Trenta, un premio d'arte intitolato ad Alfredo Caselli. Nacque poi per opera del critico Giuseppe De Robertis e di Felice Del Beccaro il "Circolo culturale Renato Serra", che non fu un ozioso sodalizio di provincia, ma un vivissimo centro di anticonformismo artistico e letterario.
Oggi il finissimo e grande pittore lucchese Antonio Possenti ha realizzato una serie di splendide litografie del Caselli affollate di profili in cui si riconoscono i maggiori artisti del tempo, da Verdi a Ungaretti. Alle pareti, lettere cimeli e ricordi che raccontano una stagione dell'arte italiana. Anche tanti emigrati lucchesi scrivono al "loro" antico caffè. Per il resto, intatta è l'eleganza del Caselli- Di Simo fra vetrine, tavoli e dolciumi, gioiello di una città elegante e ducale, tranquilla e fervida. Bere qui un caffè ha il sapore di un silenzioso rito.
Accanto alle memorie supreme, all'Angelo d'oro di San Martino e a Ilaria addormentata, anche il Caselli-Di Simo è un capitolo di questa grande città di mercanti amanti dell'arte, di viaggiatori per terre lontane e lungo i sentieri dell'intelligenza.

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