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L'abito fa la storia

Abiti d'epoca in mostra allo Stibbert

Scritto da Silvia Gigli il 1 settembre 1998

Giornalista

E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze. Attualmente è caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.
Armature, corazze appuntite, gilet rigidi, corsetti steccati con metallo o stecche di balena, sottogonne fisse come impalcature, abiti come guaine che costringono il corpo e tolgono il respiro.
La storia del costume occidentale va in scena alla mostra «L'abito per il corpo, il corpo per l'abito», inaugurata il 3 luglio al museo Stibbert di Firenze e visitabile fino al 30 aprile 1999. Dall'armatura medievale, rigida e pericolosa, arricchita con spunzoni e orpelli, agli abiti femminili di fine Ottocento, forse più morbidi ma ancora legati da mille costrizioni. Ma l'Occidente non è solo in questo raffinato percorso, curato dalla studiosa Roberta Orsi Orlandini. Al suo fianco, morbida, sensuale, estremamente delicata,
L'abito fa la storia
si snoda la storia del costume orientale, dalle armature plastiche, lineari, che non costringono il corpo, ai sinuosi caftani intarsiati di ricami e realizzati in colori sgargianti.

Dall'armatura alla tunica
Da una parte l'abito per armarsi, dall'altra l'abito come seconda pelle, che asseconda con naturalezza i movimenti della persona. Oriente e Occidente si osservano, si studiano e spesso si influenzano a vicenda nel lungo, inestricabile filo che unisce la storia del costume. E se nel Settecento i caftani turchi diventano pudiche vestaglie da camera per i nobili italiani e francesi, nell'Ottocento turbanti, sciarpe in seta cruda, ricami e lunghe tuniche operate sono il simbolo della trasgressione e dell'esotismo che libera il corpo. L'esposizione allo Stibbert seleziona 130 pezzi tra armature e abiti civili, dal XVI al XIX secolo, che appartengono alla collezione del museo e che Frederick Stibbert, appassionato collezionista nonché eroe del Risorgimento, aveva raccolto nei suoi continui viaggi intorno al mondo: indumenti cinquecenteschi, maglie in seta e oro, abiti turchi del Seicento e Settecento, coloratissimi caftani uzsbeki dell'Ottocento, armature complete e accessori di ogni genere: scarpe, sciarpe, guanti e copricapi.
Le forme degli abiti ci raccontano la vita degli uomini e ci dicono che, mentre gli europei si vestono per armarsi, gli orientali cercano nell'abito bellezza e comodità. L'abito strutturato, che nasce dall'evoluzione della corazza cinquecentesca corrisponde infatti al bisogno di adeguarsi ad un modello di forza e possenza, mentre quello destrutturato accetta l'essenza reale del corpo di chi lo indossa e per questo motivo appare ciclicamente nella storia del costume occidentale come simbolo di libertà. Un po' quello che sta avvenendo nella moda di fine millennio, sempre più votata alla ricerca di tessuti e modelli morbidi, leggeri e lineari e ispirata in gran parte allo stile dei grandi disegnatori giapponesi.

Lo Stibbert restaurato
La mostra, che è stata organizzata da Kirsten Aschengreen Piacenti, già direttrice del museo degli Argenti di Palazzo Pitti ed attuale direttrice dello Stibbert, e dalla dottoressa Simona Di Marco, è ospitata nelle sale recentemente restaurate del museo e di fatto apre un nuovo capitolo nella vita della favolosa villa immersa nel parco romantico della collina di Montughi. Fuori dai circuiti consueti, lontano dal triangolo d'oro dei musei fiorentini, lo Stibbert è un museo-giardino che invita alla pace e al relax. Il restauro dell'ala nord, che è costato poco più di un miliardo, è stato ultimato dopo quindici anni di attese e stop prolungati, grazie al piglio deciso della neo direttrice che ha trovato sponsor e catalizzato attenzioni su questo favoloso scrigno di meraviglie cosmopolite.
«C'era bisogno di una svolta - dice Kirsten Piacenti -. Il museo era senza bagni e riscaldamento, non aveva l'ascensore né gli scivoli per i portatori di handicap. Io ho cercato di renderlo moderno».
Adesso lo Stibbert, che al visitatore si schiude come un mondo a parte e conserva intatto il fascino di un Ottocento venato di esotismo e riferimenti gotici, ha anche un delizioso caffè con divanetti in midollino, dal quale si accede al giardino romantico che scende lungo i fianchi della collina. «Restaureremo anche il parco - annuncia la dottoressa Piacenti -. Abbiamo già iniziato i lavori nel tempietto ellenistico, ma c'è anche da rimettere in sesto la limonaia, il tempietto egizio e la loggia veneziana. Ci piacerebbe che il giardino diventasse un museo all'aperto». Lo spirito del vecchio Stibbert approverebbe.

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