Biologici in Toscana
Produzione e distribuzione. Uno studio dell'Arsia
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«La dimensione del mercato biologico - fa rilevare il dottor Paolo Chiappini, coordinatore della ricerca - è ancora al di sotto dell'1 per cento del comparto totale del settore alimentare, con prospettive di crescita fino al 4 per cento. Lo sviluppo del prodotto biologico è strettamente legato alla possibilità di essere presente nella distribuzione moderna: oggi il 25-35 per cento dei prodotti viene venduto direttamente dal produttore al consumatore; esiste poi una rete nazionale di oltre 800 punti vendita specializzati strettamente collegati ai produttori, che rappresentano un altro segmento di circa il 30-35 per cento; solo il 10 per cento dei prodotti biologici prende la strada della grande distribuzione». A fine ottobre '97 in Toscana gli operatori biologici risultavano essere 668 (dieci anni fa erano cento), con un incremento annuo del 20 per cento. Aumenti che riguardano anche la superficie agricola destinata al biologico - in Toscana mediamente di 25 ettari per azienda - come confermano le proiezioni del Coordinamento toscano dei produttori biologici.
«Tendenzialmente si assiste al passaggio dalla fase di nicchia a quella di un vero e proprio segmento di mercato», continua Chiappini, che sottolinea inoltre «il superamento della fase pionieristica e l'affermazione di logiche imprenditoriali sempre più attente all'innovazione tecnologica, alla valorizzazione del prodotto, al packaging, alla ricerca dei canali distributivi di medio e alto livello e agli sbocchi verso l'export». Le prospettive di sviluppo dell'agricoltura biologica toscana, assecondate dalle politiche della Regione e dell'Arsia, non riguardano dunque una ristretta cerchia di specialisti, ma una nuova generazione di imprenditori proiettati verso il 'biologico di impresa'. Due capisaldi della politica regionale - qualità ambientale e sviluppo rurale - trovano infatti nel mondo del biologico un presidio intelligente e moderno che giustifica ampiamente le azioni di sostegno programmate dalla Regione. Cosa manca, quindi, per sancire il 'matrimonio' tra produzione biologica e grande distribuzione? I produttori, da una parte, dubitano di una reale sensibilità e disponibilità di questo canale distributivo; i distributori, a loro volta, lamentano l'assenza di garanzie minime sotto il profilo della quantità e continuità delle forniture.
La sperimentazione in atto alla Coop, con 74 fra ipermercati e supermercati coinvolti in tutta Italia, dice che l'offerta del biologico ha invece registrato un gran successo. Dall'inizio della sperimentazione al 15 ottobre sono stati venduti tra i 16 e i 17 quintali di prodotti freschi biologici.
«Per rendersi conto degli ordini di vendita in questione - fa notare però Chiappini - la Coop vende annualmente 6 milioni di quintali di ortofrutta fresca e conta di raggiungere la quota di 10 milioni di quintali. Ipotizzando di promuovere una quota di consumo del 5 per cento di biologico in questo settore, occorrerebbero fin da ora 300 mila quintali di approvvigionamento annui, cifra che da sola supera ampiamente l'intera quota dell'attuale produzione annuale».
Dalla ricerca emerge anche un caso emblematico, quello del peperone giallo, che può aiutare a inquadrare meglio il problema dei canali distributivi di questi prodotti. A cavallo dei mesi di settembre-ottobre la maggiore produzione di peperone giallo biologico si è concentrata in Toscana, ma i consumatori che hanno acquistato il prodotto nei supermercati della nostra regione non se ne sono affatto avvantaggiati. Il percorso seguito è stato infatti il seguente: dai campi verso 'Terre di Toscana', la più grande cooperativa di distribuzione del biologico della regione, da questa verso 'Brio', il più grande consorzio nazionale, da 'Brio' altro passaggio verso i mercati e la rete di vendita toscana. La ricerca suggerisce quindi alcune alternative praticabili, come la programmazione delle produzioni stagionali e il conferimento ad un distributore regionale che gestisca uno scambio equilibrato di biologico verso la grande distribuzione.
Prodotti biologici
Introvabili e sconosciuti
La maggioranza dei consumatori, secondo una ricerca condotta dall'Arsia, sa in forma vaga e approssimativa che le produzioni biologiche vengono ottenute senza l'uso di concimi e di fitofarmaci e che il biologico è l'unico settore agricolo in cui viene controllato e certificato il processo di produzione. Un settore, inoltre, circondato ancora da tanti luoghi comuni e disinformazione.
Le superfici biologiche, oltre 305 mila ettari in tutta Italia, si trovano al sud per il 50.4 per cento, al centro per il 29.4 per cento e al nord per il 20.2 per cento. Il sud produce tanto ma trasforma poco e consuma ancora meno. Gli operatori presenti nel settore, nel '96, erano 18 mila 400 contro i 4 mila del '93 (+310 per cento). Il 28 per cento della popolazione fa un uso frequente dei prodotti ortofrutticoli biologici, il 53 per cento un uso saltuario, il 19 per cento non li compra mai. La 'filosofia' del consumatore di prodotti biologici è cambiata profondamente: fino a pochi anni fa il concetto di 'sano e sicuro' veniva associato a 'brutto e cattivo', oggi per fortuna superato, anche se il concetto di sano resta comunque, nella percezione dei consumatori, superiore a quello di buono. Del resto un elemento di confusione è dato dall'assimilazione del biologico con i prodotti integrali, dietetici, ipocalorici e gli integratori alimentari.
Dalla ricerca è emerso che chi non ne fa uso, o un uso scarso, è per il 58 per cento dei casi per la scarsa reperibilità e nel 35 per cento per il prezzo elevato, mentre il 22 per cento denuncia la mancanza di informazione. Insomma i consumatori vorrebbero sapere chi li produce, dove si possono trovare, perché costano di più, come riconoscerne l'autenticità e le reali caratteristiche nutrizionali e igieniche.
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