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La città del ferro

Storia ed arte a San Giovanni Valdarno

Scritto da Leo Codacci il 1 settembre 1997

Scrittore ed esperto in enogastronomia
In giro con Leo
Conoscere altri paesi aiuta sicuramente ad arricchire il proprio bagaglio culturale e interiore. Magari avessero potuto viaggiare per il mondo anche quelli della mia generazione! Ma ci sono tante belle cose da vedere anche nella nostra terra: città, paesi, piccoli borghi ricchi di testimonianze d'arte, di cultura e di vita di quanti ci hanno preceduto.
Anche San Giovanni Valdarno, cittadina amministrativamente aretina, merita una sosta. Il primo nucleo di case sorse poco dopo il mille - ma le prime notizie documentate risalgono al 1300 - accanto al fiume Arno, dalle cui acque ha ricevuto nei secoli tanti vantaggi... e tante paure.
Castello di San Giovanni, così allora si chiamava il paese, era protetto da forti mura e da torri. I suoi cittadini erano contadini e fabbricanti di funi, di contenitori di rame e di chiodi; c'erano scalpellini e lanaioli e le donne intrecciavano la paglia per fare i cappelli.
Fra la fine del 1800 e i primi del ë900 ci furono grandi cambiamenti; l'avvento dell'industria siderurgica dette lavoro a molti: anche il mio babbo stette per alcuni anni alla 'ferriera', come la gente del posto aveva ribattezzato la grande fabbrica, prima di prendere moglie e trasferirsi alle officine Galileo di Firenze.
Oggi a San Giovanni ci sono molte belle chiese e monumenti da visitare. In corso Italia si trova la casa natale di Masaccio, grande pittore del ë400, utilizzata come sede permanente di mostre d'arte contemporanea. Tra le due piazze principali del centro storico (piazza Masaccio e piazza Cavour) sorgono invece Palazzo d'Arnolfo e la basilica di Santa Maria delle Grazie, la cui costruzione risale al 1400. C'è una bella terracotta dei Della Robbia e le statue dei santi Lorenzo, Agostino, Batista e Giovanni. Distrutta durante la seconda guerra mondiale e ricostruita a più riprese, la basilica ospita un importante museo - recentemente risistemato da quell'artista che è il professor Luciano Berti - che raccoglie alcuni pezzi di grande pregio, tra cui una splendida Annunciazione del Beato Angelico. Al centro esatto del paese fa bella mostra di sé il palazzo comunale, che la tradizione vuole progettato da Arnolfo di Cambio. Tutto il centro storico è comunque da visitare. E se incontrate qualche vecchio abitante di San Giovanni fatevi raccontare la leggenda del miracolo di Monna Trancia.

I dolci delle suore
Origini e tradizioni dei brigidini di Lamporecchio, le più famose cialde da sagra
Ricordo con piacere quando, alcuni anni fa, tutti i brigidinai di Lamporecchio, il paese alle falde del Montalbano divenuto famoso proprio per questo dolce da fiera, si ritrovarono a Firenze, sotto le Logge del Porcellino. I brigidini furono cotti nelle antiche stiacce e i berlingozzi serviti in carta gialla, che ben si adatta allo scopo; i duri di menta venivano lavorati con l'apposito gancio fermato al banco di vendita e gustati insieme ai mandorlati e a tutti gli altri dolciumi che solitamente si trovano sulle colorate bancarelle delle sagre paesane.
Per l'occasione Giovanni Cipriani scrisse una bella storia, stampata poi in un libro a cura del Comune di Lamporecchio e della Biennale enogastronomica, per ribadire ancora una volta la primogenitura di Lamporecchio su questa piccola e deliziosa cialda di farina. Nel libro si racconta di un antico monastero sulle colline sopra Lamporecchio, andato distrutto, dei ferri che schiacciando le cialde imprimono i caratteristici segni delle suorine che, affidatesi alla protezione di Santa Brigida, divennero per il popolo le 'brigidine' (senza irriverenza alcuna).
Questi dolci sono ricordati anche dal grande Pellegrino Artusi, che nel suo famosissimo libro dice: «è un dolce o meglio un trastullo speciale, alla toscana, che trovasi in tutte le fiere e feste di campagna e lo si vede cuocere in pubblico nelle forme di cialde».

Fatti in casa
Ecco la ricetta per chi volesse cimentarsi in una produzione casalinga di brigidini: occorrono 2 uova, 150 g di zucchero, un pizzico di sale, 15 g di semi di anice, un cucchiaio di farina.
Mescolate le uova, lo zucchero, il sale, i semi di anice pestati in una terrina e aggiungete poi il cucchiaio di farina. Lavorate a fondo fino ad ottenere una pasta soda, con la quale formerete delle palline grandi quanto una nocciola. Mettetele quindi nell'apposita schiacciata da cialde, che dovrà essere posta a diretto contatto con la fiamma viva, sulla quale dovrà rimanere fino a quando il brigidino non avrà preso un bel colore dorato.
Il racconto, con tanto di ricetta, è pubblicato sul volume 'Le Chicche: viaggio sentimentale tra i dolci toscani' di Leo Codacci, edito da Il Palazzo di Prato.

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