L’ecologista e scienziata indiana intervistata durante il suo soggiorno fiorentino

Scritto da Cecilia Morandi |    Marzo 2018    |    Pag. 6

Da bambina voleva fare la giornalista, dopo la laurea in lettere a indirizzo storico, il sogno si avvera.

Giornalista professionista, spazia dalla televisione alla carta stampata, dalla produzione di documentari alla cura editoriale.

Collabora con emittenti locali (Rtv38) e nazionali (Tmc2-Videomusic, Raiuno, La7), occupandosi per programmi televisivi di argomenti vari, dall'attualità alla moda, dai viaggi all'alimentazione.

Docente a contratto dell'Università di Firenze, dall'anno accademico 2012-13 insegna agli studenti del Laboratorio di televisione e media digitali del corso di laurea magistrale in Teorie della comunicazione.

Otto marzo

«Quando venni in Italia per la prima volta, circa trentacinque anni fa, se ti recavi in un piccolo villaggio potevi trovare il cibo migliore a buon prezzo. Ancora oggi in Italia si trova del buon cibo, ma lo paghi molto, il cibo buono e sano rischia di diventare una prerogativa delle élite. Agli altri resta quello di scarsa qualità, il junk food (cibo spazzatura)», parole di Vandana Shiva.

Avvolta nel vestito tradizionale indiano, un sari rosso scuro, lo sguardo intenso e severo, già al primo incontro esprime la forza che l’ha sostenuta nelle sue battaglie civili diventate famose nel mondo. Da quando alla fine degli anni ’80 prese a cuore le sorti dei contadini dell’Uttar Pradesh, il cui lavoro e la cui esistenza erano messi a rischio dalle strategie delle multinazionali delle sementi, fondando il movimento dei Nove semi, in lingua indiana Navdanya. Da allora la sua vita è stata dedicata a promuovere il valore di un’agricoltura sostenibile e del cibo sano per tutti. Un messaggio di stampo economico ed ecologico allo stesso tempo che si condensa nelle parole “democrazia della terra”. «Dobbiamo prendere il nostro pianeta in seria considerazione, perché noi ne siamo parte, anche se in queste ultime centinaia di anni la mentalità meccanicista del processo industriale ci ha portato a credere che siamo separati da esso, che ne siamo padroni e possiamo sfruttarlo, ma questa è una bugia scientifica ed ecologica» spiega Shiva.


Come è nata la sua battaglia in favore dell’ambiente?

«Il movimento Navdanya nasce in India per liberare gli agricoltori dall’obbligo di acquistare semi dalle multinazionali. Ho studiato fisica e dedicato il mio dottorato alla teoria dei quanti. I semi non facevano parte della mia materia di studio, ma sono diventati centrali nella battaglia per la democrazia. Molte piccole economie locali sono state distrutte. La schiavitù del cibo sta invadendo ogni Paese e questo problema riguarda anche l’Europa. L’Italia non è gli Stati Uniti, ma si sta americanizzando».


Il modello di agricoltura che lei suggerisce ha molte somiglianze con quello tradizionale toscano.

«I miei occhi sono felici quando vedono le campagne toscane, con le coltivazioni che sembrano pitture, creando quel paesaggio che tutti conoscono e apprezzano. La vostra agricoltura è basata sul produrre cibo buono e di qualità, con una grande varietà e non un solo tipo di prodotto, a basso prezzo, che non sappiamo in quale parte del mondo finisce, e neppure per fare del biocarburante o mangimi per animali. Sarebbe da folli permettere che qualcuno distrugga questo patrimonio che significa anche rispetto per la tradizione, oltre che del paesaggio, della natura, di uno stile di vita sano».


Si è mai sentita discriminata in quanto donna?

«Sempre, ma io credo che la vita sia così preziosa che non puoi permettere l’oppressione da parte di qualsiasi individuo o istituzione. Attraverso il coinvolgimento e l’impegno per la libertà, ciascuno di noi ha la possibilità di definire se stesso e il suo ruolo nella società. Infatti, si può continuare a ripetere “sono una vittima, sono una vittima” oppure cercare di recuperare tutte le energie per andare avanti, e le energie delle donne sono enormi e costantemente trascendono ogni discriminazione e violenza».


Da bambina avrebbe immaginato di essere considerata fra le cinque persone più influenti del mondo asiatico?

«Non l’avrei immaginato e nemmeno l’ho cercato. Ero una bambina tranquilla, entrambi i miei genitori avevano una carriera di rilevanza pubblica, ma entrambi hanno fatto delle scelte: mia madre era ufficiale del governo in quello che sarebbe diventato il Pakistan, ma dopo due anni da rifugiata decise di mettere su una fattoria; non doveva provare niente a nessuno e scelse di fare qualcosa che soddisfacesse lei principalmente. Mio padre era nell’esercito inglese, ma lasciò per diventare guardia forestale. L’insegnamento più importante che mi hanno trasmesso i miei genitori è che la guida per le scelte della vita è solo la tua coscienza».


Qual è la caratteristica che le ha permesso di diventare la donna che è oggi?

«Un senso profondo di chi sono veramente e allo stesso tempo la coscienza di non essere separata dagli altri, ma anzi di essere in connessione con il mondo intero».


L’intervistata

Vandana Shiva, ecologista e scienziata, fondatrice del movimento internazionale Navdanya



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