Le antiche tradizioni carnascialesche: dalle origini a oggi. I carnevali toscani "minori"

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2013    |    Pag. 9

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Qualcuno potrebbe chiedersi: ma come sarà nata la consuetudine, fra i bambini e i ragazzi, di lanciarsi i coriandoli per Carnevale?

La storia parte da lontano, almeno dal Medioevo quando, al posto degli innocui pezzettini di carta colorata, i giovani si lanciavano contro i ben più insidiosi sassi. E non era raro - ne parla un annalista pisano - che qualche volta ci scappasse il morto.

Passano molti decenni ma il problema rimase attuale, tanto che se ne dovette occupare persino Girolamo Savonarola, per invitare "i fanciulli a rinunciarvi per attendere piuttosto alle pratiche devote".

Per un certo periodo il predicatore domenicano venne ascoltato; ma all'indomani della sua morte sul rogo in piazza della Signoria a Firenze, il "giuoco dei sassi" riprese in tutta la sua violenza.

Con il Rinascimento le cose cambiarono: le dure pietre furono sostituite dal più duttile pallone, che altro non era se non un insieme di stracci tenuti stretti da una corda. Il gioco consisteva nel lanciarselo contro con violenza e tanto meglio se era appesantito dall'acqua e dalla mota della strada.

Il fatto è che se veniva scagliato verso un altro ragazzo il danno era lieve, ma se era scaraventato all'interno di una bottega, poniamo di alimentari, i disastri potevano essere notevoli.

A queste scorribande, che cominciavano dopo la Befana e finivano a Quaresima, partecipavano anche i rampolli di famiglie nobili e sembra che durante il Carnevale del 1534 fossero state proprio alcune pallonate tirate a sproposito, a mettere zizzania fra le famiglie dei Medici e degli Strozzi.

Dalle carrozze ai carri

Anche sui carri allegorici, che oggi non mancano mai in qualsiasi città o paese dove si organizzano feste carnevalesche, si possono rintracciare le analogie con le carrozze dei nobili e dei notabili che, appositamente ornate e decorate, sfilavano, pavoneggiandosi, per le strade del centro cittadino, circondate da due ali di popolo plaudente.

Oggi, dunque, i sassi o le motose pallonate sono sostituiti da sfarfallanti e multicolori coriandoli e le gentilizie carrozze hanno lasciato il posto agli artigianali - ma forse sarebbe più appropriato dire artistici - carri allegorici che, con le loro figure di cartapesta, spesso mettono alla berlina personaggi ed eventi del momento.

Tralasciando di parlare dei notissimi e blasonati carnevali di Viareggio, nato nel 1873, quello di Foiano della Chiana, questo è il suo 474º anno di vita o di Bibbiena, in Toscana ne esistono altri, forse considerati minori, ma anch'essi meritevoli di un cenno di cronaca.

Ecco allora il Carnevale di Santa Croce, nato nel 1928, in piena epoca fascista quando la politica del regime incoraggiava ogni iniziativa vòlta a valorizzare prodotti, storie o culture locali, e arrivato fino a oggi nella sua immutata freschezza.

Se si vuole dar credito a una pergamena datata 1174 si può affermare che senz'altro quello di Castiglion Fibocchi è uno fra i più vetusti carnevali della Toscana. Nel documento si può leggere che "...in Castellion de filiis Bochi i bifolchi e i signori festeggiano insieme la festa de carnasciale...", dimostrando così il vero spirito del carnevale che è quello, fra l'altro, di unire persone di ogni ceto sociale.

Ad Asciano, in provincia di Siena, le varie giornate del carnevale ruotano intorno alla figura di re Meio il quale, nell'ultima giornata, legge una sorta di testamento  nel quale si ripropone, in chiave satirica, la cronaca dei più recenti eventi locali.

Nella piccola frazione di Sant'Ippolito, nel comune di Vernio, la mattina del sabato successivo al mercoledì delle Ceneri, i giovani del luogo si spostano di strada in strada, mascherati nei modi più fantasiosi con cianfrusaglie trovate in casa, per chiedere contributi destinati ai festeggiamenti pomeridiani.

Che consistono in un corteo che sfila per il paese e si riunisce nella piazza principale dove, in un enorme pentolone, cuoce la pastasciutta condita con il sugo a base di tonno che verrà distribuita a tutti i presenti. Il giorno seguente, nel capoluogo, si svolge ormai da alcuni decenni la "Festa della polenta" in memoria di un evento storico del XVI secolo e anche in ricordo di lontani periodi di carestia, quando la castagna e tutto quello che da lei derivava, era forse l'unico nutrimento per tante popolazioni dell'Appennino.


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