I banchetti dei Cruscanti, eruditi burloni e amanti della buona cucina

Scritto da Elisabetta Benucci |    Gennaio 2016    |    Pag. 7

La Crusca …a tavola

Per sollevare gli animi affaticati e per mantenere “unione e fratellanza” tra i Cruscanti, si tenevano in Accademia, come ci racconta nel 1592 Bastiano de’ Rossi (l’Inferigno), lauti banchetti denominati “stravizzi”. Pur impegnati nelle fatiche per il Vocabolario e per le edizioni di testi antichi come la Divina Commedia di Dante, gli accademici non rinunciavano a momenti di ricreazione e di convivialità.

Non si deve infatti dimenticare che la Crusca era giunta all’assetto di vera e propria accademia solo col tempo (1582-1583) e che in origine, 1570-1580 circa, era costituita da un gruppo di amici che, per reagire alle pedanterie dell’Accademia fiorentina, avevano dato vita alla Brigata dei crusconi, intendendo che fra loro non si sarebbero tenute disquisizioni erudite e formali, ma conversazioni più per burla che sul serio. Ancora in una seduta accademica del 1589 si adoperava l’espressione “leggere in crusca” nel senso di “leggere per burla”.

Gli “stravizzi”, vere e proprie feste con molti invitati, venivano organizzati annualmente nei palazzi più belli di Firenze, da quello dei Corsini sull’omonimo lungarno, a quelli dei Salviati in via Ghibellina, e degli Strozzi al canto de’ Pazzi. In particolare, si predisponeva lo “stravizzo” in occasione del rinnovo delle cariche accademiche: dopo il banchetto veniva letta una cicalata, ovvero un’orazione in burla, e si muovevano accuse contro gli accademici uscenti.

Le pietanze che venivano servite in tavola erano fantasiose e prelibate, come si legge nelle liste di vivande ancora oggi conservate fra le carte di Crusca: dagli antipasti, “2 lingue fresche lardate e trinciate in fette, prosciutto in casse di pasta, gelatine di vari colori, tartere di pesce”; ai piatti serviti caldi, “4 minestre in piatti grandi, minestre di prugnòli (funghi), capponi lessi con petti d’agnellotti”; agli arrosti, “tortole adornate con paste intagliate, starne adornate con gigli, beccafichi adornati con ciambellette di pasta burrate, lombate di vitella adornate di pagnottelle ripiene”; ai dolci, “pesche cotogne intere e in fette, uva ser Alamanna, biscottini freschi, anaci confetti, scatole di cotognato”.

La parola “stravizzo” deriva dalla parola serbocroata sdràviza che vale “brindisi, salute!”. Il termine, penetrato già nel Quattrocento a Venezia con il significato di “bevuta, banchetto”, passò nel Cinquecento in Toscana, dove venne accostato al vocabolo “vizio” e trasformato in “stravizzo”. Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1612, alla voce “merenda”, lo stravizzo è il “mangiare, che fanno insieme le conversazioni allegre”.

Memorabile rimane lo stravizzo del 12 settembre 1666, una domenica, quando fu Francesco Redi a recitare la cicalata in occasione dell’investitura del nuovo arciconsolo. Come si svolse la serata, è lo stesso Redi a darne preciso e dettagliato resoconto in una lettera ad Alessandro Segni. La lettera, oltre a farci assaporare l’allegra atmosfera delle riunioni di Crusca, permette di indagare la genesi del Bacco in Toscana, uscito a stampa molto tempo dopo, nel febbraio 1685. Il resoconto dimostra infatti che la prima intuizione dell’opera era venuta allo scienziato e letterato aretino proprio in quella serata di settembre di vent’anni prima, tra l’euforia di frasi scherzose e di buone bevute di vino. 

Punzecchiato dal collega accademico Lorenzo Magalotti, il quale durante il brindisi in onore del principe Leopoldo de’ Medici aveva affermato che il vino era “quel che il mondo regge in piede”, Redi aveva preso subito la parola e aveva iniziato a declamare versi in lode del vino: “il caldo della stanza, del vino e delle preziose vivande” lo avevano “riscaldato” a tal punto che si era messo “a cantare come un filunguello”. Quelle argute e buffe lodi dei cibi e dei vini toscani furono da lui riprese quasi alla lettera nel Bacco in Toscana, la sua opera letteraria più celebre.

Stravizzi moderni

Per raccogliere fondi per l’Accademia della Crusca e far rivivere gli usi seicenteschi, ci saranno 13 pranzi a invito, realizzati con gli allievi di altrettanti istituti alberghieri della Toscana. Non solo si proveranno piatti antichi, ma si scopriranno antiche e nuove parole dell’italiano a tavola, con l’intervento di ricercatori e membri dell’Accademia.

Info: solo presso le Bibliocoop nei centri commerciali dell’Unicoop Firenze