Pubblichiamo i primi due racconti fra quelli arrivati per il progetto ARNO 2016

Foto D. Tartaglia

Concorso

L’Arno a febbraio

Nuovo mese, nuovo calendario di attività in partenza per il progetto Arno 2016 che, oltre ai laboratori di scrittura, fotografia e narrazione orale, da febbraio a maggio prevede un ciclo di conferenze nelle aree bagnate dal fiume e coinvolte nelle attività (Valdarno e Arezzo, Firenze, Empolese Valdelsa, Pisa).

Ogni mese sarà dedicato a un aspetto dell’Arno e verrà trattato da un esperto all’Accademia del Poggio a Montevarchi, alla Biblioteca delle Oblate a Firenze e a Palazzo Blu a Pisa: si parlerà del fiume nella sua dimensione di lavoro, uso produttivo, artistica, paesaggistica, storica e persino giornalistica.  Alcuni titoli degli appuntamenti? Lo sviluppo delle città in riva al fiume, il fiume come fonte di economia e come ecosistema, l’Arno visto attraverso l’archivio fotografico Alinari o raccontato da cronache giornalistiche, aneddoti e memorie dell’indimenticabile 4 novembre 1966.

Arrivano intanto anche i primi numeri sulla partecipazione al progetto: cinquecento circa le persone, di tutte le età e equamente divise fra donne e uomini, che hanno risposto alla chiamata sull’Arno, 250 per i concorsi di scrittura e fotografia e altrettante per i laboratori attivati in venti sezioni soci Coop. (S.B.)

Per informazioni sul progetto www.arno2016.it - arno2016@coopfirenze.it

Il mare di Arezzo

Armando Casini

L’Arno era, per noi aretini, il nostro mare, in quegli anni ‘50. Ci si andava in bicicletta in poco più di mezz’ora. Un sabato i miei genitori dissero a me e alla mia sorellina che il giorno dopo saremmo andati all’Arno tutta la domenica. Che festa! Il mio babbo aveva sistemato sulla sua bicicletta, che usava per andare a lavorare, un portabagagli e un sellino per caricare noi ragazzi. La mia mamma aveva avuto in prestito una vecchia bicicletta e al manubrio attaccò due borse piene di roba da mangiare.

Giunti all’Arno, ci sistemammo in una piccola insenatura del fiume, sabbiosa, sotto un pioppo. Noi ragazzi si voleva fare subito il bagno, ma l’acqua era ancora fredda. Intanto si giocava a sbarrare piccoli rigagnoli tra i sassi e si formavano così pozze che chiamavamo “il mare”. La mamma si era seduta su un sasso e coi piedi sfiorava l’acqua e la corrente glieli carezzava: fu questo il suo bagno. Il babbo aveva messo un cocomero in una pozza tra due grossi sassi perché si rinfrescasse.

Dopo mangiato niente più bagno, ché faceva male. In compenso il babbo ci portò a vedere, poco più avanti, camminando sempre lungo l’Arno, una meraviglia delle meraviglie.

Giungemmo a un posto chiamato Buon Riposo. Il fiume correva alla nostra destra e si era fatto più largo e profondo. Superata un’ansa del fiume scorgemmo un barcone nero che, carico di gente, la traghettava verso l’altra riva. Provammo allora un senso di meraviglia e di gioia: una barca, come quelle che dicevano andassero per il mare!

Serviva, questa barca, a unire Buon Riposo con il vecchio paese di Castelluccio, adagiato su una ripida collina, al di là dell’Arno, dato che non c’era, allora, né un ponte né una passerella. Era stata tesa una corda d’acciaio da una riva all’altra. Il “travigante”, un vecchio barbuto, si teneva con una mano alla corda per mantenere la direzione, mentre con l’altra impugnava un lungo palo che puntava sul fondo del fiume e così faceva muovere la barca. Ci salimmo anche noi: andata e ritorno. All’andata avevo un po’ paura perché la barca traballava, ma al ritorno ci avevo preso confidenza e guardavo l’acqua che correva e pensavo: chissà dove andrà?


Sulla via del sale

Samuela Leporatti

Mi chiamo Giuseppe da Empoli, figlio di Amos, fratello di Davide, tutti discendenti da una famiglia di ebrei da San Miniato, e doganieri del sale da due generazioni. Quando mio padre morì annegato, cadendo da una chiatta in Arno, Davide già lavorava presso il Magazzino del Sale di via degli Asini.

A me, Giuseppe, toccò prendere il posto di Amos e lavorare sulle chiatte che, dal porto fluviale presso Porta ad Arno, risalgono il fiume fino a Signa, tratto finale del tragitto del sale proveniente da Volterra, trasportato dai carrettieri con i loro asini lungo la via Salaiola fino a Empoli. Destino ha voluto che proprio l’Arno, colui che mi ha strappato il padre dalle braccia, sia chi mi dà da vivere.

Ricordo l’angoscia dei primi tragitti: intorno a me un paesaggio stagnante lungo acque melmose, il gracchiare di cornacchie nere sugli alberi di un lungo autunno, l’umidità di cieli grigi nelle ossa. Angustiato da mesti ricordi, costretto a questi viaggi per sopravvivere, il mio corpo si muoveva grazie ai fili della rabbia, la mia anima voleva poter rimanere sorda alle urla paralizzanti del dolore che riecheggiavano tra le anse del fiume.

E così è stato giorno dopo giorno, con la sola voglia, appena partito, di poter presto attraccare di ritorno a Empoli, dove Davide mi aspettava, la mia casa e niente altro.

Un giorno, tornato a Porta ad Arno, mi sono accorto che qualcosa di quel fiume mi mancava. Stentavo a crederci, eppure la mia mente andava nostalgica verso suoni, colori, odori a cui mi pareva di non aver mai fatto prima caso. Nei miei ricordi ora era comparsa la musica di una primavera ingenua e timida a dare nuovi riflessi a quel fiume, a quell’acqua che oggi sentivo anche poter scorrere. Il mio viaggio era durato il tempo che era necessario a percorrersi. Quel fiume che mi ha tolto, quel fiume che mi ha dato.

E tra le cose di cui prima non mi ero accorto, c’era anche Lei. Quel giorno, passeggiando con Davide, ho potuto raccontargli di Lei, la ragazza che lavava i panni al fiume, e che mi aveva già visto quando la mia vista era ancora annebbiata.

Sono Giuseppe da Empoli, figlio di Amos, fratello di Davide, marito di Elena, doganiere del sale da due generazioni. L’Arno, oggi, è colui che invisibile mi ascolta, scrigno di ricordi, bacino di raccolta di vecchie e nuove emozioni, da Monte Falterona a Marina di Pisa, traghettatore di pensieri di viaggiatori come me.