A Prato la Coop di Santa Lucia si occupa anche del tempo libero dei soci

Scritto da Pippo Russo |    Marzo 2018    |    Pag. 39

Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

La Coop racconta

A partire da un dato momento della loro storia, le organizzazioni di cooperazione al consumo che sorgono nell’area fiorentina pongono un’attenzione crescente alle attività ricreative. Ve ne sono segnali abbastanza chiari già nel periodo fra le due guerre, ma un salto deciso si verifica con la conclusione della seconda guerra mondiale e il ritorno alla democrazia. La spinta a organizzare attività di svago per gli associati è spiegabile in molti modi. Incide certamente l’ansia di mettersi alle spalle la tragedia del conflitto bellico, e in questo senso il modo migliore è quello di organizzare attività che con la loro leggerezza permettano di allontanare il senso di gravità dalla vita quotidiana. Ma c’è anche una ragione più profonda, e riguarda il mutamento di cultura organizzativa delle società di cooperazione al consumo. Nell’ottica che ci si debba curare non soltanto dell’approvvigionamento e della distribuzione ai soci dei beni di consumo a prezzi calmierati, si ha un allargamento progressivo del raggio di attività. Le organizzazioni cooperative devono “fare società”, e per questo motivo ha un senso includere anche le attività legate al tempo libero.

Su questo versante non fa eccezione la Società Cooperativa di Santa Lucia di Prato. Le documentate testimonianze rintracciabili nell’Archivio storico di Unicoop Firenze raccontano di un’attenzione crescente. Un segnale molto importante si ricava dal verbale del Consiglio d’amministrazione del 24 aprile 1952. L’ordine del giorno è strutturato su punti abbastanza ordinari, che vanno dall’ammissione e dimissioni dei soci all’approvazione del bilancio trimestrale, fino alla relazione dei comitati paesani sull’andamento degli spacci locali. E infine si arriva alle “Varie”. A quel punto il presidente del consiglio d’amministrazione, Vasco Guarducci, dà la parola al presidente del Circolo sportivo e ricreativo. Di cui, come spesso succede nei verbali vecchio stile, non vengono trascritti il nome e il cognome. Del resto, ci si conosceva tutti e dunque che motivo poteva mai esserci di mettere a verbale un’informazione superflua? Il dirigente, richiamandosi al mandato dell'assemblea, invita il Consiglio a contrarre un mutuo per proseguire i lavori di costruzione nel locale della Ricreativa, per sfruttare la sala come cinema e per altre manifestazioni. Inoltre informa dei contatti che il circolo ha avuto con un impresario di spettacoli cinematografici, per attrezzare la sala e dotarla della “macchina da proiezione”. Quindi propone al Consiglio di creare una commissione che possa studiare la questione. Una proposta che, dopo una breve discussione, verrà messa ai voti e accettata. Essa, come riferisce il verbale, dovrà studiare: 1) la spesa necessaria per il completamento dei lavori; 2) quanto è disposto a spendere l'impresario; 3) le condizioni per la gestione.

L’attenzione riservata alla Ricreativa rifà capolino tre mesi dopo, nel verbale di consiglio del 17 luglio 1952. Ancora una volta la discussione si svolge nello spazio delle Varie. Il consigliere Danilo Cecconi riferisce di un problema con cui si misura quotidianamente la Ricreativa: la presenza di telai meccanici in un locale adiacente, che col loro rumore turbano la quiete della Ricreativa. Il tema viene rapidamente dibattuto, e ciò dà luogo alla seguente chiusura di verbale: «Ragione per cui la cooperativa farà legalmente quanto sarà possibile affinché siano allontanati tenendo presente anche l’interesse dei piccoli artigiani che da queste macchine traggono l’unica fonte di guadagno».

E già: fastidio o non fastidio, col lavoro non si scherza.


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