Nell’ambiente scolastico prende sempre più campo il linguaggio aziendale

Scritto da Adriano Zamperini |    Settembre 2015    |    Pag.

Docente di Psicologia sociale all’Università di Padova

Adriano Zamperini - Docente di Psicologia sociale all’Università di Padova

Riflessioni

Il linguaggio cambia. Non solo nel senso che il linguaggio cambia nel corso del tempo, tra generazioni e generazioni, basti pensare che sono stati inventati dizionari bilingue “adulti-giovani” per consentire ai genitori di decifrare l’idioma dei figli, manco fossero gli uni stranieri agli altri. Ma il linguaggio cambia anche e soprattutto nel senso che parole diverse costruiscono mondi diversi. Usare certe parole piuttosto di altre non è una questione meramente linguistica, riguarda pure i nostri pensieri e l’idea che ci facciamo dell’ambiente in cui viviamo. Il lessico plasma la realtà sociale e la mentalità individuale. Le parole vanno prese sul serio. Soprattutto se vogliamo capire i cambiamenti in corso.

Proviamo a tendere l’orecchio alle parole che si parlano intorno alla scuola. Non passa giorno di sentire da parte di illustri opinionisti che la scuola è un’azienda. E in effetti, al suo interno si fa ampio uso di termini come “debiti” e “crediti” formativi. La riduzione di qualsiasi elemento qualitativo in quantità misurabile è testimoniata dal mantra linguistico di “selezione”, “valutazione” e “merito”. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi paiono sempre più piccoli imprenditori chiamati ad avere un bilancio esistenziale in attivo.

Clienti di un servizio spronati ad accumulare abilità e conoscenze come se fossero profitti da capitalizzare al più presto. Il Piano di Offerta Formativa che ogni scuola elabora viene sfogliato dai genitori alla stregua di un catalogo pubblicitario, e ogni attività scolastica è vista come un servizio che può arricchire o impoverire la carriera scolastica dei figli. La scuola diventa come una marca.

Termini che segnalano l’estendersi delle leggi del mercato al di fuori dell’alveo della produzione di merci, nella direzione del mondo dell’istruzione. E chiamare azienda la scuola vuol dire parlare di una società in cui il principio economico pretende di essere egemone. Da qui l’imposizione al linguaggio scolastico delle metafore che rimandano all’economia. Non senza inciampi semantici, come ben testimonia la difficoltà di trovare la parola “giusta” per i dirigenti scolastici, poco tempo fa chiamati manager e ora sindaci. Figure del potere che dovrebbero essere leader educativi, pur essendo a tutti gli effetti capi nominati.

Il linguaggio della scuola punta a essere un linguaggio economico. Ma questo linguaggio deve fare i conti con la presa di parola di coloro che popolano la scuola: famiglie, docenti, bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Soggetti politici che, a dispetto dell’imperativo economico, non sono “impiegati della parola” bensì “attivisti della parola”.