Ricordi di un’epoca nel racconto del cantante di Innamorati a Milano

Scritto da Silvia Amodio |    Aprile 2017    |    Pag. 9

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Memo Remigi

Foto S. Amodio

IL PERSONAGGIO

«Quando ero bambino, abitavo a Como con la mia famiglia e studiavo ragioneria al Collegio Gallio dei padri comaschi. Con noi viveva anche una coppia di gatti siamesi, madre e figlio, con i quali passavo tantissimo tempo a giocare quando rientravo da scuola. Quando sono morti, li ho seppelliti sotto un pino che esiste ancora e se mi capita di passarci davanti ripenso a tanti ricordi legati alla mia infanzia». Chi si racconta è Memo Remigi, un artista poliedrico le cui canzoni hanno fatto storia, come si suol dire. «Mi viene in mente un altro episodio che avevo rimosso: prima di Como, durante la guerra, vivevamo a Torrevilla. Un giorno mio padre mi svegliò di notte, in lontananza si vedevano le luci dei bombardamenti a Milano, per portarmi in garage dove Cilly, la nostra cagnolina, stava dando alla luce i suoi cuccioli. È stata un’esperienza molto toccante».

Il suo amore per la musica è nato da bambino, quando insieme al padre suonava per divertimento. «Quando avevo quattro anni e andavo a trovare i nonni, che avevano uno stabilimento di torcitura di filati, mi infilavo nella stanza del pianoforte di nascosto per fargli una sorpresa e cantavo “È arrivato l'Ambasciatore con la piuma sul cappello, è arrivato l'Ambasciatore a cavallo d'un cammello…”, e i nonni si divertivano molto. Ero predisposto, ma completamente autodidatta e suonavo ad orecchio, così i miei mi hanno fatto prendere lezioni di pianoforte. Ma siccome la mia passione era il calcio, facevo finta di leggere lo spartito, imparavo a memoria quello che la maestra voleva, così da poter andare a giocare il prima possibile. Il problema è che poi se n’è accorta e ha detto ai miei genitori che non era il caso di proseguire. Non mi sembrava così importante, del resto suonavo ugualmente, anche senza saper leggere la musica. Ai bagni Elio di Santa Margherita, dove passavo le vacanze, c’era un salone con un pianoforte e io corteggiavo le ragazze facendomi bello con le mie canzoni. Ne avevo composta una che andava bene per tutte, bastava cambiare il nome della fanciulla di turno…».

La fortuna ha voluto che un giorno l’esibizione di Memo, allora sedicenne, venisse ascoltata anche dal maestro Giovanni D’Anzi della casa editrice del gruppo Curci di Milano, che sfornava i talenti musicali dell’epoca. Dopo un po’ di resistenza da parte del padre che lo voleva a capo dell’industria di famiglia, ma con la benedizione della mamma, Memo inizia a fare il pendolare da Como a Milano. «In quel periodo ho avuto modo di incontrare Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Gino Paoli, che non erano ancora famosi – ricorda Memo –. All’epoca giocavo anche a golf, uno sport riservato a pochi in quegli anni, quando un giorno arrivò al circolo di Villa d’Este a Como Bing Crosby che era in Italia per incidere un disco, e chiese di giocare con qualcuno. Gli fecero il mio nome e così ebbi il piacere di conoscerlo (e batterlo, ndr). Conservo ancora il suo disco con la dedica». La sua canzone più nota, Innamorati a Milano, è ispirata alla sua fidanzatina milanese Lucia, che andava a trovare tutti i giorni in Galleria del Corso, in mezzo ad altre migliaia di persone. Lucia è diventata sua moglie ed è stata proprio lei a spingerlo a fare quello che desiderava: suonare. «Anche lei è una grande amante degli animali, in particolare dei bassotti. Adesso viviamo a Varese, con Bacio, un bassottino scartato da una cucciolata. Non tutti capiscono quando dico che per me è un motivo di vita, io faccio per lui quello che non farei mai per me stesso. Ogni giorno, quando mi sveglio il primo pensiero è quello di accompagnarlo a fare lunghe passeggiate nei boschi, lo porto con me ovunque, anche in moto. È la mia protesi positiva, senza la quale non potrei vivere».

Proprio per il suo sincero amore nei confronti degli animali, la Lega Nazionale per la Difesa del Cane ha scelto Memo Remigi come testimonial per le sue campagne contro l’abbandono.



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