I bambini e il rito del travestimento. I consigli della psicologa

Scritto da Serena Wiedenstritt |    Febbraio 2018    |    Pag. 9

Carnevale

Foto DA.MA.

Carnevale

Carnevale in vista. Ed ecco che parte la corsa a mascherarsi. Fra coriandoli e stelle filanti, ci sono i bambini che smaniano per vestire i panni dei loro eroi preferiti e quelli che cedono al travestimento solo il tempo di una foto, su esplicita preghiera di mamma e papà. Reazioni diverse di fronte al magico mondo delle maschere, che comunque restano una delle attività più importanti per la crescita e lo sviluppo dei nostri figli. Dell’importanza dei giochi di “far finta” e di vestire abiti non nostri abbiamo parlato con Rosanna Martin, psicologa psicoterapeuta del servizio di psicologia pediatrica dell’Azienda ospedaliera universitaria Anna Meyer.


Il Carnevale è molto amato da alcuni bambini, meno da altri. Perché e come comportarsi con chi rifiuta il rito del travestimento?

«Innanzitutto è opportuno distinguere le età. Fino a tre anni circa i bambini possono essere intimoriti dalle maschere o dal fatto di travestirsi perché non hanno ancora ben maturato la competenza cognitiva per comprendere che il travestimento è reversibile e che sotto panni o maschere si cela una persona come tante. In altre parole vedono minacciata la propria regolarità e la conoscenza del mondo quotidiano. Fra i più grandi, sono più diffidenti verso il Carnevale quei bambini che presentano difficoltà ad allentare il controllo su di sé e sugli altri, che hanno un lato razionale molto pronunciato e faticano a lasciarsi andare. Sono in genere gli stessi bambini che non amano sporcarsi o impiastricciarsi le mani e faticano a sperimentarsi in modo diverso e giocoso. In questi casi il genitore può cercare di capire cosa spaventi il piccolo, ma è sempre meglio non insistere, piuttosto soffermarsi ad ascoltare quali sono le emozioni del bambino. Si tratta spesso di aspetti difensivi di controllo: insistendo si rischia solo di rafforzare il conflitto. Meglio “accontentarsi” di un nasino colorato di rosso e lavorare a piccoli passi verso la maturazione del piccolo». 


Al di là del Carnevale sempre più spesso al nido e alla scuola dell’infanzia c’è l’angolo per travestirsi. A cosa serve?

«Attraverso il gioco di vestirsi da grande, il bambino esorcizza il suo essere piccolo e indifeso e si rapporta con alcune paure. Ad esempio, vestendosi da poliziotto può esternare il timore dei ladri, mentre vestendosi da supereroe si sente più potente e capace di affrontare le difficoltà, pronto per rispondere ad un eventuale attacco. Anche questa può essere un’occasione per un genitore per imparare a conoscere più a fondo il proprio bambino, ad esempio invitandolo a raccontare cosa gli piace di un determinato costume e come lo fa sentire. In questo senso è emblematico Halloween: i bambini si vestono da personaggi che fanno paura e questo permette di cambiare ruolo, passando da chi ha paura a chi fa paura, esorcizzando così la consapevolezza dei propri timori. Discorso diverso per le bambine, che spesso amano travestirsi da principessa: è il loro momento per sentirsi grandi, fare come la mamma, in un certo senso mettersi in competizione con lei ed essere al centro dell’attenzione».


A proposito di tipi di travestimento, ci sono dei limiti da porre ai bambini nella scelta del tipo di maschera?

«Il gioco e il travestimento per il bambino sono modi di sperimentare. È quindi positivo che i piccoli sperimentino tutti i giochi, tutti i ruoli e le emozioni. Tutti noi siamo fatti anche di una parte di aggressività e di rabbia. Attraverso i giochi i bambini imparano a conoscersi: maneggiare una pistola giocattolo non vuol significare diventare cattivi o crescere violenti. I bambini hanno bisogno di imparare che c’è una componente di aggressività, che è una forma di energia e che si ritrova anche nella competizione, nello sport e a scuola. In questo percorso è bene spiegare ai più piccoli che ci sono cose che si possono fare solo perché è Carnevale e che l’energia va usata in maniera costruttiva».


Firenze

Con gli occhi dei bambini

Piena di giardini e colorata. Con tante fontane e alberi. Con meno macchine e tanti spazi per giocare. Firenze vista con gli occhi dei bambini sarebbe una città vivibile e molto più allegra, e capire come la vorrebbero i più piccoli può essere di stimolo anche per i grandi che ci vivono e che la amministrano. «Vogliamo sapere cosa ne pensano della propria città gli abitanti più giovani – spiega Daniela Lippi, presidente di Florence and Tuscany tours, cooperativa di guide e agenzia di viaggi –: è un passo per avvicinarli alla bellezza e al patrimonio artistico e culturale che Firenze custodisce». Da qui nasce l’idea di un concorso dedicato a bambini e ragazzi fra i 6 e 14 anni, che vengono stimolati a rispondere a due domande: «Tu come la vedi Firenze? E cosa cambieresti?». Le risposte potranno diventare un elaborato, un testo o un disegno, che dovrà essere inviato via mail entro il 12 febbraio 2018 all’indirizzo web@florenceandtuscanytours.com. Il giudice del concorso sarà Paolo Sarti, un personaggio di rilievo del panorama fiorentino, pediatra e autore di diversi testi sul ruolo dei genitori, ma anche pittore e musicista. Al vincitore e ai suoi genitori la possibilità di partecipare a un tour guidato a scelta fra quelli disponibili sul sito web della Florence and Tuscany tours.



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