I veri capolavori non furono capiti dai suoi contemporanei. Una vita fuori dagli schemi

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Marzo 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Manierismo ribelle
Strano destino,
quello di Rosso Fiorentino (rosso perché di quel colore era il suo 'pelo', fiorentino perché quella fu la città di nascita): vivere clamorosi insuccessi quando sforna capolavori che anticipano alla grande il suo tempo, e invece quando vivacchia e lavora 'di maniera' essere ricoperto d' onori, di quattrini e di prestigio.
Ma non solo; è proprio quando si trova all'apice della celebrità e della gloria in terra di Francia che qualcosa di traumatico viene ad interrompere prematuramente la sua vita.
Un evento del quale non si conosce tutta la verità e quindi rimane ancora in piedi l'ipotesi, se si vuol dar credito alle parole di Giorgio Vasari, che sia stato lui stesso a scrivere la parola fine a quella sua esistenza così bislacca.

All'età di 23 anni, già conosciuto nell'ambiente artistico fiorentino, più che altro per la capacità di meravigliare con quelle figure così stralunate e quei coraggiosi accostamenti cromatici, riceve l'incarico dallo 'spedalingo' di Santa Maria Nuova, ser Leonardo Buonafede, di una Madonna con santi. Il Rosso si mette al lavoro e quando è a buon punto invita il committente a dare un'occhiata al già fatto. Riporta la leggenda che il pover'uomo, alla vista di quei 'santi che parevano diavoli' e di quella Madonna tutto sommato così poco ascetica, fuggì via rifiutando il lavoro. Fortuna che il Rosso continuò comunque il quadro, che tutt'ora può essere ammirato in una sala degli Uffizi, con il titolo 'Madonna in trono e Santi'.

Ma è chiaro; un 'ribelle' come lui non è ben visto nel mondo che conta fiorentino; le prime decadi del secolo sono dominate da Pontormo, dal giovane Bronzino, da Andrea del Sarto; sono loro, con le loro creazioni nitide e godibili ma che ormai ricalcano le opere delle generazioni precedenti, a prendersi gli incarichi più prestigiosi e più remunerativi.
Al Rosso non resta che la strada della provincia. Ed eccolo a Piombino, alla corte degli Appiani, dove produce poco e quel poco è scomparso. L'anno seguente è a Volterra. Ma anche lì i due dipinti, creati all'età di ventisei anni, avranno senz'altro fatto storcere la bocca a più d'uno e forse fatto rimpiangere d'aver dato il doppio incarico a quel giovanotto bellissimo, 'bonissimo musico', dotato di grande tecnica pittorica, ma con il pallino di dipingere 'con leggiadra maniera e terribilità cose stravaganti', come ha scritto Giorgio Vasari.

E di stravaganze, nella 'Deposizione' ora nella Pinacoteca di Volterra, ce ne sono in abbondanza. A cominciare dalle proporzioni: alcune figure sono alte il doppio di altre; la Croce, esageratamente grande, sembra quasi voler uscire dalla tela; le scale che vi si appoggiano non obbediscono a nessuna regola di statica; i personaggi, così allucinati, perplessi, attoniti, circondano un Cristo, finalmente non più quell'atleta muscoloso come troppo spesso ci si compiaceva di rappresentare nel Cinquecento, che si affloscia fra le braccia dei soccorritori. E su tutto incombe un cielo grigio-plumbeo disperatamente uniforme e algido...
L'altra contemporanea creazione di Volterra, una 'Madonna in trono e Santi', ora nel Museo di Arte Sacra, è stilisticamente simile alla precedente, anche se il soggetto non consente al Rosso di toccare quelle punte di drammaticità quasi insostenibili.

Il Rosso torna a Firenze, ma il soggiorno è breve: il tempo per qualche lavoro che compiaccia il committente di turno - lo 'Sposalizio della Vergine', la 'Madonna e dieci Santi' - e infine quella scena biblica di grande suggestione, il 'Mosè difende le figlie di Jetro', ora agli Uffizi. In questo lavoro il Rosso lascia sfogare liberamente il suo estro che si fa beffe di qualsiasi regola: corpi maschili nudi, tesi nella lotta, dalle proporzioni impossibili, mani che sembrano artigli, i muscoli che paiono schizzare fuori dalla pelle...
La sua evidente conoscenza dell'anatomia viene utilizzata per dipingere corpi imperfetti ma tanto tormentati, quasi agonizzanti nella tensione. E, come a creare un acerbo contrasto, il dolcissimo seno femminile in secondo piano, e tre serafiche caprette che appaiono del tutto estranee al parapiglia generale. Sullo sfondo, alcune figure femminili che sembrano uscite dal pennello di Cezanne.
Come tanti giovani fiorentini del suo tempo, mentre sul soglio di Pietro siede un papa della famiglia Medici, la città dove si sogna di lavorare è Roma; anche Rosso non si lascia sfuggire l'occasione. Ed è nella capitale della cristianità che conosce e assimila le opere di Raffaello, di Bramante, di Giulio Romano. Ma anche qui la sua genialità non viene recepita, si sente probabilmente un incompreso, un fuori posto. Non ha voglia di costringere il suo stile alle mode del momento e se vuole lavorare come gli comanda il suo estro non trova committenti, in quella Roma conformista.

Manierismo ribelle 2
Con il 'Sacco'
- siamo nel 1527 - il Rosso viene imprigionato ma riesce a scappare dalla città assediata e risale la penisola in cerca di lavoro, se non di gloria. Il lavoro lo trova prima a Sansepolcro, poi a Città di Castello, ad Arezzo, a Perugia; ma la gloria, l'apoteosi, la celebrità e anche la ricchezza le conquista finalmente a Parigi, alla corte di Francesco I , dove peraltro lascia opere tranquillamente etichettabili come 'insignificanti'.
Sono affreschi, stucchi, favole mitologiche, cariatidi, festoni, amorini, forse un paio di bei ritratti, un solo dipinto oggi al Louvre; insomma, una quantità enorme di lavoro il cui messaggio è solo quello di comunicare che il Rosso si è adeguato ai desideri del committente: cantare ed esaltare la sua gloria. Ma, se è vero che tutto ha un prezzo, Rosso riceve, in cambio del suo silenzio creativo, grandi onori e favolose ricchezze.

La fine è repentina e inaspettata. E' il 1540, Rosso ha appena 45 anni e domina incontrastato la scena mondana francese. Vive con lui, fra gli altri, un discepolo fiorentino, Francesco di Pellegrino. Quando il Rosso si accorge che da un cassetto mancano alcune centinaia di ducati, accusa senza indecisioni quel suo giovane allievo. Ma presto deve accorgersi che l'accusa è falsa; a quel punto sente così forte il rimorso e la vergogna da decidere di porre fine ai suoi giorni ingerendo un potente veleno.
Questa è la versione che dà Giorgio Vasari; ma storici moderni sono più propensi a ritenere che si sia trattato piuttosto di morte naturale. Forse non corrisponde alla verità dei fatti, ma l'epilogo di un'esistenza tutta vissuta fuori dagli schemi, proposto da Vasari, è certamente quello che lo stesso Rosso Fiorentino si sarebbe augurato.

DA FIRENZE A PARIGI
Una vita spericolata Giovanni Battista di Jacopo, detto Rosso Fiorentino, nacque a Firenze l'8 marzo del 1494. Dopo un breve apprendistato nella bottega di Andrea del Sarto, si immatricolò nel 1517 ed ebbe incarichi a Firenze, poi a Piombino, a Volterra, di nuovo a Firenze e a Roma.
Il suo stile anticipatore di nuove forme e nuovi colori, ma probabilmente anche il suo genere di vita così insofferente alle convenzioni, non gli permisero di ottenere commissioni che premiassero le sue qualità.
Lasciata Roma nel 1527, nei tre anni successivi si fermò e lavorò sporadicamente a Sansepolcro, a Città di Castello, a Venezia, per arrivare nel 1530 a Parigi dove si mise al servizio, insieme al Primaticcio, del re di Francia Francesco I.
Morì in circostanze misteriose nel 1540. Sue opere si trovano, oltre che nelle città citate, a Mosca, Leningrado, Boston, Liverpool, Washington.

Per saperne di più
Carlo Falciani, Il Rosso Fiorentino, Firenze 1996
Paola Barocchi, Il Rosso Fiorentino, Firenze 1950 (ristampa 2003)