Vantaggi e svantaggi di una comunità ristretta

Scritto da Pippo Russo |    Febbraio 2016    |    Pag. 38

Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

La Coop racconta

Cercando i contesti originari di ogni cooperativa, troviamo dei piccoli mondi antichi che finiscono per somigliarsi tutti quanti. Le dinamiche sono sempre quelle, così come i punti di forza e quelli di debolezza. A unirsi per provare l’esperienza della democrazia economica sono componenti di comunità dalle ristrette dimensioni, in cui tutti si conoscono e sanno ogni cosa di ciascuno. Il che può essere garanzia di solidarietà.

Ma per un altro verso questa condizione è fonte di disagio e malessere, perché porta con sé un livello di controllo sociale oggi inimmaginabile, e soprattutto mette le relazioni personali e di gruppo perennemente a rischio. È lì che attecchisce la diceria, il germe più insidioso per ogni pacifica coesistenza, perché incontrollabile.

Nei verbali della cooperativa di consumo di Sesto Fiorentino, specie in quelli relativi ai primi anni di vita dell’organizzazione, il timore della diceria si presenta in continuazione.

L’esperienza della cooperazione muove i primi passi, l’organizzazione è giovane e perciò cagionevole. Inoltre, i primi verbali del Consiglio d’amministrazione fanno intravedere un’atmosfera parecchio “alla buona”, da amici al bar che farebbero a meno di tutte quelle procedure formali, essendo in ballo questioni di quotidianità minuta.

Esemplare il verbale riguardante l’adunanza del 19 settembre 1901. Vi si legge che è stato approvato l’acquisto di 200 litri “del solito Marsala”. Che è “solito” perché rimanda a un pregresso noto a tutti, senza alcuna necessità di specificare.

E ancora, c’è scritto che al fornaio Banchelli Angiolo, il cui stato di salute si fa preoccupante, è stato chiesto se possa mandare il figlio Carlo a sostituirlo.

Indicativo del modo in cui le relazioni di comunità si intrecciano col modo di fare impresa cooperativa è l’acquisto presso un nuovo fornitore di 100 kg di pasta, effettuato per prova “dietro vantaggiosa offerta fatta per mezzo del consigliere Giacchetti”.

Ovvio che in un contesto del genere il pettegolezzo e la calunnia siano sempre dietro l’angolo. E che si tratti di voci fondate, o piuttosto di tentativi di destabilizzare la giovane organizzazione, sta di fatto che mettono in angustie la vita associativa.

Se ne ha una prima traccia nel verbale d’assemblea dei soci del 13 agosto 1893. Siamo soltanto alla settima adunanza della cooperativa, nata due anni prima, e in quell’occasione prende la parola il socio Isaia Chiostri. Parla di un socio che si sarebbe arricchito, forse sfruttando la cooperativa. Aggiunge che quando era consigliere lui “certe cose non succedevano”, il che fa pensare a un atteggiamento d’insoddisfazione personale.

Dal verbale non si capisce se il nome di questo socio che si sarebbe arricchito venga fatto in assemblea, o se Chiostri lo ometta mantenendosi sul vago. È invece specificata la reazione del presidente del Consiglio d’amministrazione, Egisto Fantechi. Che dice di averla sentita anche lui, questa voce. Ma aggiunge che essa viene da persone estranee alla cooperativa, e che bisogna non dare retta ai pettegolezzi.

Probabile che la risposta del presidente sia minimizzante: un’accusa molto grave nei confronti di un socio viene stroncata senza essere messa in discussione. Ma non è questo l’elemento di maggior interesse che si può ricavare dal frammento di verbale.

Altri due meritano attenzione. Il primo è quel riferimento alle “persone estranee alla cooperativa”. Soggetti a cui, evidentemente, non si può riconoscere credibilità, anche perché potrebbero essere portatori di un interesse a danneggiare la cooperativa stessa. E questa dimensione del “noi” distinto dal “loro” è parecchio indicativa di quale potesse essere all’epoca l’auto-percezione da parte dei soci.

L’altro elemento da rimarcare è quello del pettegolezzo. Percepito dal presidente di allora come un’insidia per l’organizzazione, da eliminare senza indugio.

Il tema del pettegolezzo, e della necessità di combatterlo, è ricorrente. Nell’assemblea del 19 ottobre 1894 lo stesso Fantechi presenta le proprie dimissioni da presidente, indignato per le accuse che gli sarebbero giunte da alcuni soci. Qualcuno fra i presenti lo sollecita a fare i nomi di chi lo ha accusato, ma lui rifiuta perché “preferisce non fare scandali”.

Atto costitutivo della Cooperativa di consumo a Sesto Fiorentino, il 21 novembre 1891. Oggi Unicoop Firenze.

La diceria, il pettegolezzo, devono sembrare una minaccia costante durante i primi anni di vita della Cooperativa. Il tema torna a fare capolino durante l’adunanza straordinaria del 14 luglio 1903, tenuta presso il Palazzo comunale di Sesto Fiorentino.

Sono all’ordine del giorno punti importanti, come la fornitura alla macelleria della cooperativa (un settore che, come quello della panificazione, darà molti problemi economici e organizzativi) e gli aiuti da dare ai soci in difficoltà. Ma ecco che nel bel mezzo della discussione, come riporta il verbale, salta fuori la questione dei pettegolezzi sulla cooperativa.

E ancora se ne trova traccia nel verbale d’assemblea del 21 agosto 1906. Si discute di creare una commissione che affianchi il Consiglio d’amministrazione nel valutare l’acquisto delle merci, e poi c’è da scegliere in quale zona del territorio comunale fabbricare il nuovo edificio della cooperativa: sud o ovest. Lì emerge ancora il tema dei chiacchiericci. Cui non bisogna dar conto, si legge nel verbale.

Nessuno spazio alla diceria, come sempre.