Le storie e le tradizioni del periodo natalizio raccontate dal presidente dell’Accademia della Crusca

Accademia della Crusca

di Claudio Marazzini (Presidente dell’Accademia della Crusca)

Il Natale

Il Natale non è la festa più importante nella tradizione popolare italiana antica. Lo è diventata ora, legandosi ad abitudini anglosassoni e a interessi di natura commerciale o turistica, anche grazie al Capodanno che segue di poco, occasione per salutari ferie che permettono viaggi in capo al mondo e soggiorni sciistici; ma se torniamo alle radici, al mondo contadino del nostro passato, osserviamo che contavano molto di più altre feste, l’Epifania, il Carnevale, la Quaresima e la Pasqua, le celebrazioni per l’arrivo della primavera, i Santi e i Defunti (oggi questi ultimi sono ormai tallonati da una festa importata e subito fortunatissima, quella di Halloween).

L’albero di Natale

Ancora alla fine degli anni ’60 nel secolo scorso, in un volume del Tci (Touring club italiano) curato dal grande folclorista Paolo Toschi, l’albero di Natale era presentato come una novità esotica. Toschi proponeva una ricostruzione accurata della storia del presepe, di cui ricordava quello di Greccio, ideato da San Francesco nel 1223. Subito dopo avvertiva: “in questi ultimi decenni va prendendo sempre più voga anche in Italia l’albero di Natale, figlio della riforma luterana, destinato a sostituire l’uso di far regali ai bambini per san Nicolò”. L’albero non era ancora di casa in Italia quanto lo è oggi: ora ci sono forse più alberi addobbati che presepi.

Il panettone

Il panettone viene da Milano, dove è davvero di antica tradizione. Si tratta di un pane particolare, un vero lusso nell’Italia povera del passato. Il panettone contiene uva passa, simbolo di prosperità e augurio di benessere. Oggi questo dolce è diventato nazionale.

Il suo nome dialettale era Panatton. Nel 1814 il lessicografo Cherubini lo descriveva così nel suo Vocabolario milanese-italiano: “specie di pane addobbato con burro, zucchero e uva passerina o di Corinto (milanese ughett), che suol farsi in varie forme nella nostra città in occasione delle feste del Natale, per lo che vien detto fra noi El panatton de Natal”.

E aggiungeva: “in Toscana non si fa questa specie di pane; motivo per cui i lessici italiani non hanno voce corrispondente; ma in vece usa colà il così detto Pan di ramerino, che mangiasi per lo più in quaresima, il quale è una sorta di pane tondo, fatto di bianchissima farina impastata con olio, nel quale è soffritto del ramerino e dell’uva passa nera, detta uva secca, e talvolta ancora zibibbo”.

Proseguiva con la descrizione di altri dolci toscani, il Pan pepato, il Pan forte, il Pan balestrone, il Panlavato. Nella nuova edizione del vocabolario, nel 1841, aggiunse un’osservazione, a proposito di tutti questi dolci: “tutti dolciumi parenti ma non identici con nostro Panattón” (e mise anche l’accento, perché si leggesse la parola tronca, non piana).

Il ceppo

Torniamo a Paolo Toschi, che nel libro prima citato si soffermava  a lungo su di una tradizione ben conosciuta anche in Toscana: quella del ceppo di Natale.

Il ceppo, il più grande possibile, veniva messo a bruciare nel camino. Doveva durare a lungo, fino a Capodanno. Aveva infatti un valore simbolico: era il consumarsi del vecchio anno con tutto ciò che di male vi si era accumulato.

La tradizione del ceppo non è solo toscana. Paolo Toschi la ricorda anche a Genova, in Abruzzo, in Puglia. Tuttavia in Toscana era particolarmente importante, e quindi daremo la parola a un lessicografo toscanissimo, Pietro Fanfani, che fu anche accademico corrispondente della Crusca dal 1869 al 1875, quando si dimise per una polemica con il Guasti, segretario dell’Accademia (le liti non mancano mai, anche tra gli Accademici!).

Nel suo Vocabolario dell’uso toscano, stampato nel 1863, Pietro Fanfani spiega che “fare il ceppo” vuol dire appunto festeggiare il Natale. In Val di Chiana e nel Cortonese, ci racconta Fanfani, la sera della vigilia di Natale tutte le famiglie si riuniscono fra loro e mettono nel fuoco un grosso ceppo di legna da ardere, poi “si bendano uno alla volta i bambini della casa, e così bendati si fanno battere con le molle sul ceppo, e nel battere si fa loro recitare una canzoncina detta l’Ave Maria del ceppo; la quale canzoncina ha la virtù di far piovere sul ragazzo ogni maniera di dolci, o altro, secondo le facoltà degli astanti. Donde allegria e battiti di mano”.

Come vedete, i vocabolari non trasmettono solo parole, ma raccontano anche memorie del nostro passato che altrimenti dimenticheremmo.