L’italiano scherzoso, fra paradossi e combinazioni lessicali

Scritto da Claudio Marazzini |    Aprile 2016    |    Pag. 11

Presidente Accademia della Crusca

Claudio Marazzini - Foto D. Tartaglia

Accademia della Crusca

La lingua serve anche per scherzare. Possiamo ben ricordare questo orizzonte del divertimento verbale in concomitanza con il giorno del “pesce d’aprile”. Anche la lingua può tramutarsi in gioco attraverso una serie di meccanismi, arricchiti continuamente nelle realizzazioni dei parlanti. Lo scherzo linguistico si avvale di inventiva e di gusto per la contaminazione.

Si pensi a un’invenzione che alcuni attribuiscono a Umberto Eco, cioè “Mondazzoli” per indicare il risultato della fusione di Mondadori e Rizzoli. Il pesce d’aprile c’è, perché quella parola si associa subito ad altre nella mente dell’ascoltatore (qualcosa come “mondezza”…) e l’accostamento, pur non dichiarato, fa ridere, anzi fa ridere proprio perché resta sottaciuto.

È entrata in gioco una “combinazione” lessicale che collega una parola inventata con un’altra vera, che non c’entra per nulla, se non per il richiamo di natura puramente fonetica, che però a sua volta produce un nuovo significato.

In altri casi, basta cambiare una lettera, un suono, ed ecco il senso si fa comico: “sogno o son lesto”, “ci vuole karma e sangue freddo”.

Meglio ancora se si gioca con più codici linguistici: per esempio il “karma” che abbiamo appena citato funziona assai bene, perché, da parola indiana di nobile e mistica origine, diventa una specie di parola dialettale italiana, una “calma” nostrana di aspetto romanesco, e il salto produce un effetto comico, come tutti gli abbassamenti repentini di tono. Spesso fanno uso dell’abbassamento repentino di tono anche gli scrittori, come Gadda o Arbasino.

Si pensi al gioco di parole, come quello attribuito a Ennio Flaiano, che avrebbe definito un noto collega come “il più grande poeta italiano morente”. In cauda venenum, come dicevano i latini: veleno nella coda di questo pesce d’aprile. Il colpo è dato dall’ultima parola. Proviamo a smontare il meccanismo: di solito usiamo parlare del più grande poeta, artista, pittore “vivente”. “Morente” è il contrario di “vivente”, ma l’inserimento nella frase prima citata, anziché privarla di senso, la rivitalizza, perché mette in atto una sorta di sabotaggio linguistico: quello così gratificato non sarà dunque il maggior poeta, ma una sorta di residuato del passato destinato all’oblio. Da scrittore a scrittore, la botta non può non far ridere.

Riprenderò ora un titolo di giornale satirico citato da Stefano Bartezzaghi nella voce “Giochi di parole” della bella Enciclopedia dell’italiano diretta da Raffaele Simone per la Treccani. Intanto, prima di tutto, ne ricaviamo una verità: cioè che anche i linguisti si interessano dei meccanismi del comico, che sono importanti nella lingua.

Basti pensare ai doppi sensi, di cui fu maestro Boccaccio: rileggetevi la novella di Alibech nel Decameron e mi darete ragione, di fronte al gioco della “resurrezione della carne” che da elemento religioso diventa atto sessuale.

Bartezzaghi cita un titolo del giornale satirico “Cuore”: “È scattata l’ora legale. / Panico tra i socialisti». Funzionava bene qui il doppio senso: “ora legale”, ma non quella che fa spostare le lancette dell’orologio, ma quella segnata dalla legalità di Mani pulite.

Si potrebbe aggiungere un titolo di gusto apparentemente macabro, tratto dallo stesso giornale: “Aiuta lo Stato: uccidi un pensionato”. Perché fa ridere? Perché propone, per di più avvalendosi della rima, che fa sempre bella figura, una soluzione assurda per un problema che però è reale: con questa mossa, smaschera il disinteresse di tutti per una categoria debole, cioè fa ridere, ma al tempo stesso lancia una provocazione morale e ideologica. Si vede subito che lo scherzo può anche essere una cosa seria.


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