Carnevale e Quaresima: collegati e opposti. Una parola italiana ripresa in tutto il mondo

Scritto da Claudio Marazzini |    Febbraio 2016    |    Pag. 7

Presidente Accademia della Crusca

Bruegel "il Vecchio", Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559 ca.

Accademia della Crusca

Gli studiosi collegano il Carnevale ai Saturnali degli antichi Romani, dunque al mondo pagano, anche se è evidente il passaggio attraverso il Cristianesimo: infatti il Carnevale precede immediatamente la Quaresima, dedicata alla penitenza e ai digiuni, la quale a sua volta precede la Pasqua, la più notevole festa cristiana (più importante del Natale, in chiave religiosa).

Nell’ordine, abbiamo tre periodi: prima lo scatenamento della carne, poi la penitenza, infine la Resurrezione di Cristo e l’inizio della primavera. Resurrezione e rinascita primaverile sono momenti connessi nel calendario liturgico, modellato sull’andamento delle stagioni dell’anno, secondo il ritmo del mondo contadino.

Quaresima e Carnevale sono due rituali collegati, ma anche opposti. Uno dei più antichi documenti letterari italiani è il contrasto fra il Carnevale e la Quaresima del maestro bolognese Guido Faba, della prima metà del Duecento. In questo testo, il Carnevale se la prende con la Quaresima di pianto e di miseria, accusata di seminare pallore e tristezza.

A sua volta la Quaresima apostrofa il Carnevale con gli appellativi di “fello e latro, ruffiano, putanero, glotto (ghiotto), lopo ingordo, leccatore, biscazzero, tavernero, zogatore, baratero, adultero, fornicatore, omicida, periuro, fallace, traditore, ingannatore, menzonero, amico de morte e pleno de multa zuzura (molta zozzura)”. Una bella serie di insulti nella lingua del Duecento.

Si capisce allora perché nella tradizione popolare il personaggio o pupazzo del Carnevale, dopo le baldorie e le feste, venisse processato, facesse testamento e fosse immolato in un rito di eliminazione del male, un rito che in certe zone d’Italia assumeva aspetti violenti. Così in Piemonte, a Tonco, nel Monferrato astigiano, dove veniva ammazzato a bastonate non un pupazzo, ma il povero “pitu”, il tacchino, colpito fino a staccargli la testa (oggi non si fa più così, per fortuna: il “pitu” arriva in piazza già morto, come ci insegna l’etnologo Gian Luigi Bravo in Italiani. Racconto etnografico, Roma, Meltemi, 2001, p. 174).

Il gioco carnevalesco della menzogna e della finzione richiede il mascheramento. Non tutti lo sanno, ma le maschere italiane hanno anch’esse una connessione con il diabolico: il nome di Arlecchino, derivato dal diavolo francese “Hellequin Harlekin”, pare connesso al tedesco Hölle, “inferno”; in Dante troviamo un diavolo che, non a caso, si chiama proprio Alichino, in sostanza Arlecchino.

A Carnevale si usa lanciare una serie di oggetti: coriandoli, stelle filanti, confetti, fagioli, arance. Le arance volano in aria in abbondanza a Ivrea nella famosa “battaglia delle arance” che provoca ogni anno feriti.

Tutti questi oggetti lanciati addosso agli altri vogliono dire abbondanza, baldoria, eccesso, appunto i segni e i significati del Carnevale, oggi difficili da comprendere nella nostra società ricca, ma meglio spiegabili in un contesto sociale povero come quello d’un tempo, in cui le occasioni di evasione erano limitate e ben definite.

“Carnovale” o “carnevale” fu messo a lemma solo nella quarta edizione del vocabolario della Crusca, perché nelle edizioni precedenti c’era a lemma unicamente la forma “carnasciale”, anche se “carnovale” già ricorreva nella definizione. Dunque i Cruscanti preferirono “carnasciale”.

Fra l’altro, i nomi del Carnevale pongono un problema etimologico: infatti il significato è “carnem levare” o “carnem laxare (“lasciare la carne”, per la parola toscana Carnasciale), quasi si celebrasse la privazione. Il nome segna in realtà lo scatenamento finale, poco prima dell’avvento della Quaresima; come annotava Tommaseo nel suo magnifico vocabolario, si trattava appunto di “mandare giù la carne, per un addio quasi disperato”.

Va sottolineato che il Carnevale è festa tipicamente italiana, a tal punto che la nostra parola si è fatta internazionale ed è passata nel francese “carnaval”, nello spagnolo “carnaval”, nell’inglese “carnival”, nel tedesco “Karneval”, e via via in portoghese, polacco, russo, ungherese: insomma in tutte le lingue.

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