La casa di riposo per gli artisti dello spettacolo viaggiante, circensi e giostrai, sulle colline di Vingone; la malinconia e il ricordo di una vita itinerante

Scritto da Rossana De Caro |    Febbraio 2010    |    Pag.

Laureata in Lettere all'Ateneo fiorentino, ha lavorato per molti anni come giornalista in emittenti televisive e radio locali, realizzando programmi di costume e società. Ha collaborato inoltre con La Nazione per la cronaca di Firenze e gli spettacoli. 

Dal 1998 scrive articoli per l'Informatore. Si occupa anche di uffici stampa per la promozione di eventi a Firenze e in Toscana.

Ha pubblicato il libro 'Ardengo Soffici critico d'arte'. 

Dal 2009 al 2015, sempre come collaborazione esterna, è stata coordinatrice redazionale dell'Informatore.

Vincenzina ha gli occhi azzurri, i capelli a posto, e sulle spalle porta uno scialle di colore blu notte. È piccolina e cammina appoggiandosi ad una stampella: «ero una contorsionista - mi dice - e facevo la spaccata, così mi sono rovinata le anche». Ha 84 anni ma lo sguardo da bambina; è uno degli ospiti della casa di riposo della gente dello spettacolo viaggiante, cioè dei circensi e dei giostrai. Si appoggia al mio braccio e l'accompagno nel giardino pieno di aiuole curatissime, vasi e fiori, prospiciente le colline di Vingone, a Scandicci: «guardi bello laggiù», mi indica la Vincenzina, puntando il dito verso l'autostrada, una striscia di asfalto che come una ferita attraversa i campi e i prati antistanti, percorsa da macchine e Tir che scorrono veloci. Rimango allibita, ma mi viene in aiuto la direttrice della Casa, Maria Grassi: «osservare le macchine in movimento è una cosa che li rende felici». Sì, perché a questi nomadi dello spettacolo, sempre in giro di città in città, di piazza in piazza, quello che più manca è questo stile di vita itinerante. Non a caso distinguono le persone "normali" da quelle del circo chiamandole "fermi".

«Anch'io ero una ferma», mi racconta Vincenzina che è di Rovigo e che a 16 anni, per via di un patrigno cattivo, ha mollato famiglia e tutto il resto, e se ne è andata con il circo del posto, il Pelleroni. Qui ha fatto la trapezista, la contorsionista, il numero con gli anelli e quello sul tamburo rullante (da cui è anche caduta mentre era incinta di sei mesi) e ha trovato marito: «un gran bell'uomo», un vero circense, più giovane di lei di otto anni e un dongiovanni («mi ha messo pure qualche cornino»). E anche le sue bambine facevano le equilibriste sul filo, ricorda. Ma quello che le manca di più sono le giostre per i bambini e fare lo zucchero filato. Perché, forse non tutti lo sanno, ma molta gente del circo si è riciclata con le giostre. «I titolari di piccoli circhi a conduzione familiare, per via di tutta una serie di normative restrittive, hanno dovuto rinunciare alla loro attività - ci spiega la direttrice - e hanno continuato ad andare in giro con le giostre, un lavoro anch'esso itinerante, per far divertire il pubblico». Ma il momento è difficile anche per i giostrai: «ci sono pochi spazi, tante tasse da pagare per l'occupazione del suolo pubblico e per la sicurezza. Il lavoro d'estate ancora c'è, ad esempio al mare, ma d'inverno la situazione è sempre più critica. Insomma sono mestieri che probabilmente andranno a scomparire», afferma Maria Grassi.

Intanto però la casa di riposo nata negli anni ‘50, in una splendida villa che fu acquistata grazie all'impegno di don Dino Torregiani, sopravvive grazie alle donazioni. Oggi gli ospiti, chiamati i "nonni", sono solo 15 di un'età compresa fra i 65 e i 90 anni; vengono da tutta Italia, ma ci sono anche stranieri, tedeschi, spagnoli e francesi, come Luigi, 65 anni, operaio caduto per un colpo di vento mentre montava un tendone e rimasto paraplegico. «Prima arrivavano più numerosi e soprattutto più giovani: la vita adesso si è molto allungata, inoltre le roulotte sono più calde e comode, e anche le persone più anziane, pure se non sono più in grado di effettuare i loro numeri, possono stare alla cassa o guardare i bambini», prosegue la direttrice.

Ad esempio abbiamo conosciuto Mario, 66 anni, ancora molto in gamba e con una grande nostalgia di tendoni e roulotte: «il circo è tutta la mia vita, ci ho lavorato per oltre 40 anni». È stato pattinatore e cuoco del circo sul ghiaccio di Moira Orfei, ma i reni difettosi e la dialisi lo hanno bloccato. Quando parla del circo, sorride e abbandona la sua aria un po' burbera. Anche lui era un "fermo" e a 18 anni, affascinato da un circo che si trovava vicino a casa, decise di partire e di abbandonare la famiglia; una passione che non lo lascia neppure oggi, almeno nei ricordi. La casa di riposo, in cui lavorano volontari e dipendenti, fra cui una cuoca, un giardiniere (quasi una famiglia), pur bella e accogliente, con gradevoli stanze comuni in cui "i nonni" possono stare insieme, non potrà mai essere come una roulotte con le ruote, pronta a partire verso nuove mete. Al massimo ci si può sedere davanti alla finestra a guardare le macchine che passano.
«C'era Ugo, un tedesco luterano - ci racconta Maria -, che andava a Lourdes pur di muoversi e spostarsi, e Eugenio, un vero piccione viaggiatore, che ogni tanto spariva e prendeva un treno. Molti sono soli e senza una famiglia che hanno abbandonato tanti anni fa».

Indubbiamente è la magia del circo che manca: i suoni, gli odori, gli animali, gli spostamenti. Anche se i circhi odierni sono assai diversi da quelli familiari di tanti anni fa, dove ogni membro della famiglia sapeva fare più cose. Oggi ci sono i tecnici del suono, delle luci, gli effetti speciali, il regista! Insomma manca quell'empatia e quella vicinanza fra lo spettatore e i protagonisti, a cominciare dai costumi magari riadattati e rattoppati e dal sapore artigianale: oggi sembra di essere al cinema in 3D o ad uno spettacolo holliwoodiano: con uomini e donne bellissimi, alti, slanciati, con sorrisi luccicanti. Non c'è la donna cannone, la trapezista di coscia forte e corta. E non c'è più neppure la suspence del trapezista che vola: tanto sotto c'è una bella rete di protezione!

 

Scandicci
Circensi e giostrai

La casa di riposo per gli anziani dello spettacolo viaggiante, in via di Vingone 10 a Scandicci (Fi), nacque per volontà di don Dino Torregiani e di Semiramide Cerchi, madre del Gratta, celebre clown a cui Firenze ha dedicato anche una piazza. Oggi appartiene ad una associazione in parte religiosa e in parte formata da gente dello spettacolo viaggiante. In ogni diocesi ci sono dei responsabili, sia religiosi che laici, che si occupano e offrono assistenza a chi non ha fissa dimora, fra cui circensi e giostrai. Nella Casa di Vingone gli ospiti sono tutti residenti e hanno una pensione sociale con cui contribuiscono alle spese.


Fotografie di Massimo D'Amato