All’Opificio delle pietre dure esperte in azione contro gli effetti climatici

Scritto da Silvia Gigli |    Gennaio 2018    |    Pag. 12

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Firenze

La luce, l’umidità, il calore, la velocità dell’aria, l’inquinamento. Tutto può compromettere un’opera d’arte. Per gli esperti dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, ogni giorno c’è una nuova sfida per preservare il nostro gigantesco patrimonio. Dipinti su tela e su legno, affreschi, manoscritti e arazzi, bronzi e materiali lapidei. Ogni materiale ha i propri nemici e le climatologhe dell’arte, come 007 della prevenzione, lavorano e studiano per scongiurare il degrado di beni dal valore inestimabile.

A Firenze ci sono due donne che sono in prima linea nel settore della climatologia e conservazione preventiva. Si chiamano Monica Galeotti, responsabile del settore, e Sandra Cassi. Raramente le troviamo nel loro ufficio alla Fortezza da Basso. Quasi ogni giorno hanno sopralluoghi in chiese e musei, in tutta Italia e anche all'estero, per seguire passo passo la vita climatica delle opere d’arte per le quali viene chiesto il loro aiuto. Il loro è un lavoro preziosissimo ma quasi sconosciuto. Molto si sa dei grandi restauri, poco di ciò che avviene dopo la ricollocazione di un’opera d’arte. Per periodi di almeno un anno sensori di ogni genere monitorano tutti gli agenti atmosferici potenzialmente nocivi per capire se l’ambiente in cui viene collocata l’opera sia ideale o debba essere modificato. Come? Con climatizzatori, vetrine che possano proteggerla, luci ad hoc che non rovinino i colori. «Sono le analisi del microclima che compiamo che ci permettono di capire se l'ambiente sia favorevole o meno. Il nostro intervento permette di fare prevenzione e di allontanare nel tempo un possibile restauro, permettendo di risparmiare operazioni invasive e complesse e soldi», spiegano i due tecnici. «Se vogliamo fare un parallelo con la salute dell’uomo - chiosa Marco Ciatti, soprintendente dell’Opificio delle pietre dure -, il restauro è il momento della chirurgia, l’indagine climatologica fa prevenzione. Non è un settore spettacolare come quello del restauro ed è una disciplina molto complessa che necessita di continuo studio e formazione».

Lo studio del clima nel mondo dell’arte nasce nei primi anni Ottanta, per la precisione nel 1982, quando Umberto Baldini, padre dell’Opificio, realizzò in Palazzo Vecchio una grande mostra sul restauro, “Metodo e scienza”, e per l’occasione furono climatizzate tutte le sale. Da allora in poi si è strutturato come servizio interno all’Opificio. In Italia ce n’è un altro a Roma, mentre all’estero, in particolare nei paesi europei, il settore è piuttosto sviluppato. Soprattutto nei paesi anglosassoni, dove le opere d’arte sono di norma conservate solo nei musei, nei quali è certo più facile controllare il clima rispetto ad una chiesa antica, che è essa stessa un’opera d'arte. «Non è facile indagare e modificare il clima in una struttura ultracentenaria - avvertono Galeotti e Cassi -. Per la Croce di Giotto in Ognissanti, per esempio, è stato necessario chiudere una finestra per evitare che la luce la rovinasse e misurare con attenzione la velocità dell’aria per vedere se ci fossero infiltrazioni e correnti. Per l’Ultima cena del Vasari in Santa Croce siamo ancora in pieno monitoraggio».

Paradossalmente, a volte le opere si conservano meglio in ambienti naturali che in quelli condizionati, perché col tempo entrano in equilibrio con l’ambiente circostante, seppur non ideale. «Quello che ci interessa in particolare - continuano Cassi e Galeotti - è garantire una certa stabilità all’opera d’arte, evitando il più possibile gli shock termoigrometrici (riferiti alle condizioni di temperatura e di umidità dell’aria, ndr )». Cosa che potrebbe avvenire in ogni istante quando un quadro deve viaggiare per mostre ed esposizioni. «Ci sono opere che sono molto richieste per prestiti e noi siamo chiamate a tenere sotto controllo vibrazioni, escursioni e tutto quello che può determinare il degrado del bene durante il trasporto». Spesso la consulenza viene richiesta dai musei prestatori, italiani ed esteri, per il controllo degli ambienti o delle teche in cui sono esposte le loro opere in occasione delle mostre temporanee. La sfida oggi spazia da opere del Duecento all’arte contemporanea, nella quale vengono utilizzati materiali nuovi, spesso in combinazione, di difficilissima conservazione. «È un settore strategico dell’Opificio insieme al restauro, alla ricerca e alla Scuola di alta formazione - conclude il soprintendente -. A condurlo ci sono solo due persone, come del resto in tanti altri settori dell’istituto. Attendo con ansia i risultati del concorsone dei beni culturali perché l’Opificio possa avere a disposizione nuove forze per proseguire nel suo importantissimo lavoro».

www.opificiopietredure.it


Gli intervistati

Monica Galeotti, responsabile del settore Climatologia e conservazione preventiva

Sandra Cassi, restauratrice climatologa

Marco Ciatti, soprintendente dell’Opificio delle Pietre dure


Van Gogh a Vicenza

120 opere del grande artista olandese

di Barbara Beni

C’è tempo fino all’8 aprile per visitare la mostra “Van Gogh. Tra grano e cielo”, ospitata nella Basilica Palladiana a Vicenza e allestita con ben centoventinove opere del pittore olandese. Entrare nel palazzo, progettato dall’architetto rinascimentale Andrea Palladio, sarà come accedere alla camera di Van Gogh, il luogo dell’anima dove si formarono le immagini dipinte e le parole che composero le lettere (su tutte quelle al fratello Théo), che in questa mostra affiancano le opere. La scelta del curatore è stata quella di presentare la precisa ricostruzione della vita del genio olandese: dai disegni di esordio al tempo del Borinage in Belgio (1880), quando svolgeva la funzione di predicatore laico per i minatori della zona, fino ai quadri conclusivi con i campi di grano realizzati a Auvers-sur-Oise (1890) pochi giorni prima di suicidarsi. Vista la mostra, vale la pena dedicarsi alla scoperta della città, riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’Unesco, per le tante opere architettoniche rinascimentali ad opera del Palladio. Uscendo dalla Basilica (che è il palazzo della Ragione) ci si trova in piazza dei Signori, cuore cittadino, dove sono collocati anche la Torre Bissara e il palazzo del Monte di Pietà. Corso Palladio è lo “struscio” centrale, col suo tracciato rimasto pressoché inalterato dall’epoca romana. Da visitare anche la Cattedrale di Santa Maria Annunciata con cupola e portale laterale del Palladio e il Teatro Olimpico, ultimo progetto palladiano. Orario della mostra: dal lunedì al giovedì 9-18 e dal venerdì alla domenica fino alle 20. 

Info e prenotazioni: www.lineadombra.it


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