I riti persi tra carnevale e Pasqua

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2016    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Festa della Miseria: corteo storico - Foto P. Sarti

Quaresima

Dopo i bagordi di Carnevale – un antico proverbio diceva: semel in anno licet insanire (una volta all’anno è lecito impazzire) - ci si incammina verso la Pasqua di Resurrezione, con quaranta giorni di preparazione. Le descrizioni che seguono si riferiscono a una Toscana non lontana da quella vissuta dai nostri nonni e bisnonni.

Il periodo aveva inizio con il cosiddetto “mercoledì delle ceneri” quando era buona pratica, seguita da un gran numero di fedeli, recarsi in chiesa per ricevere sulla fronte un pizzico di cenere di rami d’ulivo dalle mani del sacerdote officiante che ripeteva le rituali parole: memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris (ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere tornerai).

Il pomeriggio dello stesso giorno, quasi a mitigare l’austerità del rito dell’imposizione delle ceneri, si teneva a Firenze, in piazza Santa Maria Novella, una fiera che veniva descritta come “Fiera d’espiazione” perché aveva lo scopo di far pentire i partecipanti di tutti i peccati di gola commessi durante il Carnevale. E dunque sui barroccini allineati sotto il loggiato delle Leopoldine, non si trovava altro che fichi secchi, noci, mandorle, olive cotte in forno, fagioli, ceci e altre cibarie del genere.

Verso la metà del periodo quaresimale, come a voler interrompere il lungo periodo di contrizione e pentimento, si organizzavano, in varie città e cittadine della regione, fiere o sagre che, pur dando modo alla gente di incontrarsi e acquistare oggetti di uso comune per la casa, mantenevano quell’atmosfera di mestizia consona al periodo.

Nella grande piazza che si apre intorno a Porta San Gallo e all’Arco di trionfo, dedicato al granduca Francesco Stefano di Lorena, si tenevano tre fiere successive. Una era dedicata ai “curiosi”, perché si esponevano in piazza gli oggetti considerati le novità dell’anno da poco iniziato. Un’altra agli “innamorati”, occasione per i giovani di scambiarsi piccoli doni sotto forma di cartocci di brigidini o di nocciole. Infine ai “furiosi”, fiera che alludeva al fatto che bisognava affrettarsi se si volevano concludere gli ultimi affari.

Un’altra tradizione di mezza Quaresima, estinta appena qualche decennio fa, era simile al “pesce” del primo aprile: si creava una piccola scala di carta per appuntarla con una spilla ricurva ai cappotti o alle lunghe gonne delle signorine che camminavano per strada. Quando il tentativo era riuscito, i ragazzini contenti giravano intorno alle ragazze prese di mira gridando “E l’ha lae! E l’ha lae!”.

Altrettanto estinta ma ugualmente vivace e sentita dalla popolazione specialmente della Toscana meridionale, era la rappresentazione del “Segalavecchia”, un rito che affonda le radici nella Roma pagana e il cui non chiaro significato poteva essere interpretato come il vecchio che doveva essere eliminato per lasciare posto al nuovo, mentre in àmbito contadino costituiva il simbolo dell’alternarsi delle stagioni.