La scrittrice racconta la terribile esperienza con la famiglia nei campi di concentramento

Scritto da Silvia Gigli |    Aprile 2017    |    Pag. 8, 9

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

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La scrittrice Dacia Maraini

25 APRILE

Una famiglia cosmopolita, un padre affascinante, studioso e indomito viaggiatore, il grande Fosco Maraini, una madre dolcissima e colta, Topazia Alliata di Salaparuta, dai cui diari giapponesi lei ha tratto il suo libro La nave per Kobe. Nata a Fiesole nel 1936, a soli 3 anni Dacia Maraini si trasferisce con il babbo e la mamma, giovanissimi, in Giappone, dove Fosco, grazie ad una borsa di studio di un’università giapponese, deve condurre studi sugli Hainu, una popolazione in via di estinzione stanziata nell’Hokkaido. Ma scoppia la guerra e Dacia, con i genitori e le due sorelline, viene internata in un campo di concentramento. I Maraini vi rimarranno fino alla liberazione, nel ‘45. Anni di sofferenze indicibili, fame, violenze e torture psicologiche, che la scrittrice ha raccontato in molti suoi libri, da Bagheria alle poesie di Mangiami pure. Un ricordo terribile che non l’ha mai abbandonata.

«Nel 1943 il Giappone fece un patto con la Germania e con l’Italia – racconta Dacia Maraini –. Stando alle regole del patto, la polizia giapponese chiese a tutti gli italiani che stavano allora in Giappone di firmare un’adesione alla Repubblica di Salò. Aggiungendo che chi non avesse firmato sarebbe stato considerato un traditore e un nemico. Mio padre e mia madre, interrogati separatamente, rifiutarono di firmare. Ci considerarono subito nemici e prigionieri di guerra. Prima costretti in casa e poi trasportati in un campo a Nagoya, chiamato Tempaku, dove rimanemmo due anni, fino alla fine della guerra. Non era un campo di sterminio ma le condizioni erano durissime: ci davano talmente poco da mangiare che in capo a pochi mesi eravamo tutti malati di beri-beri, di scorbuto, di anemia perniciosa. Eravamo infestati dai parassiti. E poi c’erano le bombe ogni giorno e i terremoti. Insomma, è stata un’esperienza durissima, da cui pensavo di non uscire viva. Per fortuna è finita la guerra, altrimenti non so quanto avremmo resistito».

Tre bambine piccole in un luogo di prigionia. Come vi trattavano? Quali privazioni dovevate subire?

«Ci trattavano male, con disprezzo e crudeltà».

Nei suoi libri emerge con forza la durezza delle condizioni di vita, soprattutto la mancanza di cibo, pochissimo riso e ogni tanto un po’ di daikon. Lei ha scritto che alla vista di quel daikon piangeva...

«Il daikon è una rapa, che qualche volta ci veniva consegnata mezza marcia e noi la bollivamo. Era proprio cattiva e io avrei voluto non mangiarla. Eppure la mangiavamo, per disperazione».

Quasi tre anni di prigionia nell’età dei giochi e della fantasia… come trascorreva le giornate? «Giocando con le pietre. Non c’era altro. Quelle pietre però, per miracolo dell'immaginazione, diventavano pagnotte, torte».

I rapporti con i carcerieri erano terribili. Suo padre arrivò a compiere un gesto estremo per riuscire ad ottenere un po’ di rispetto. Può raccontarcelo?

«Ci vorrebbero pagine e pagine per raccontare tutto nei dettagli. Mio padre si tagliò un dito, seguendo la tradizione antica dei samurai, per ottenere qualcosa da mangiare per noi bambine. In effetti, il gesto li colpì e si sentirono in dovere di regalarci una capretta che faceva un poco di latte ogni giorno. Quel latte ci ha salvate».

Chi erano gli altri internati? Ricorda le loro storie?

«Eravamo in tutto 18 persone. Tutti uomini, salvo mia madre e noi bambine».

Come avvenne la vostra liberazione? Prima di ritornare in Italia trascorreste ancora molto tempo in Giappone...

«Siamo rimasti in Giappone ancora quasi un anno prima che si trovasse una nave che ci riportasse in Italia».

Quella terribile prigionia subita da bambina, immagino sia un ricordo indelebile. Come ha inciso sul suo sviluppo di ragazza e di donna? La scrittura è riuscita in qualche modo a domarlo?

«Non ci si libera mai di esperienze come quelle. Rimangono tangibili e sensibili come cicatrici sulla pelle nuda».

Cosa ricorda dell’Italia che vide di ritorno dal Giappone nell'immediato dopoguerra? Quale clima si respirava?

«Era un’Italia povera, ma anche molto dignitosa e piena di speranze. Un’Italia ancora non attaccata dagli speculatori, di una bellezza commovente».

Se pensa alla Liberazione, quale immagine le arriva subito alla mente?

«I soldati americani che offrivano la cioccolata. Erano giovani e belli, erano i nostri liberatori».

Quale ruolo crede dovrebbe avere la Liberazione oggi, in un tempo in cui la storia e la memoria sembrano non avere più cittadinanza?

«Coltivare la memoria in un momento in cui vige la cultura di mercato, è un atto di resistenza».

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