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Calendimaggio

Da maggiolate a maggi

Scritto da Gabriele Parenti il 26/04/2011

Giornalista professionista e regista radiotelevisivo, Gabriele Parenti ha realizzato vari programmi per le reti nazionali della Rai (Intercity-cultura, Learning, Speranze d'Italia) e per Rai International. Autore di documentari e di docu-fiction, attualmente coordina i programmi culturali della Sede Rai di Firenze. Ha svolto attività di ricerca presso l'Istituto di Filosofia del Diritto e di Studi storico-politici dell'Università di Pisa; tiene workshop e seminari nelle Università di Firenze, Pisa e Siena. Tra i suoi libri: Il pensiero dell'esilio (1986); La Sfida. Il pensiero e il coraggio di Robert Kennedy (1999); Il sogno e la memoria (2000); Il lato oscuro (2002); Sui crinali della storia (2005); Oltre l'immagine (2006).

Dai riti propiziatori alle rappresentazioni drammaturgiche


Compagnia del Maggio "P. Frediani" di Buti

"...Torna maggio e ramoscelli e suoni/van gli amanti recando alle fanciulle...". Come sottolinea anche Leopardi in questi versi de Le Ricordanze, il fiorire della natura è sempre stato celebrato, fin dai tempi più lontani, con canti, danze. In particolare, nell'Italia centro-settentrionale è ancora vivo il ricordo del Calendimaggio che aveva una funzione propiziatoria; in cambio di doni (uova, vino, dolci), i giovani cantano stornelli in ottave ("o massaina dalla gonnella a strisce, datemi un uovo che maggio fiorisce...").
Nel Nord Europa si celebrava invece una sorta di halloween primaverile: la notte di Santa Valpurga, il 30 aprile. Era la notte magica della veglia in cui si cacciavano le streghe (personalizzazione di ogni paura) e si strappavano le frasche dai noccioli per costruire le bacchette dei maghi, e il primo maggio rappresentava il passaggio dal timore delle forze del male alla luce della primavera e del nuovo raccolto, una notte liberatoria dalle vecchie paure e bene augurante per la nuova stagione.
Il professor Fabrizio Franceschini, docente di Linguistica italiana nell'Università di Pisa, ha rilevato che la tradizione del Calendimaggio è un grande momento nel calendario annuale legato ad un complesso simbolico di miti, riti e rappresentazioni: al momento in cui la natura comincia ad esplodere si unisce lo slancio degli uomini. Alla vigilia del primo maggio i ragazzi staccavano ramoscelli (i mai) e li attaccavano alle finestre delle ragazze come augurio d'amore e fecondità.
Abbiamo chiesto al professor Franceschini di esporre le modalità con cui dai riti propiziatori del maggio si giunge alle rappresentazioni drammaturgiche denominate "Maggi".


Compagnia del Maggio "P. Frediani" di Buti

Come avviene questo passaggio?
«L'origine del Maggio drammatico ha a che fare con qualcosa di più complesso rispetto alle cantate. In alcune zone, come Oberammergau in Baviera, si trovano rappresentazioni legate alla Passione di Cristo che hanno manifestazioni corrispondenti nelle zone tedesche; inoltre, in Corsica si rappresentava tradizionalmente la moresca (una danza armata di carattere drammatico ispirata alle guerre tra cristiani e turchi) analoga alle Fontciones de Moros y Cristianos spagnole; ma il Maggio drammatico, inteso come manifestazione che porta sulla scena storie cavalleresche ma anche temi di opere liriche e di tragedie classiche, è legato soprattutto alla Toscana e all'Emilia. Nasce nella Toscana occidentale e dall'Appennino è passato all'Emilia dove è molto vivo nel reggiano e nel modenese».

Quella del Maggio drammatico è una tradizione legata specificamente alla montagna o aveva un ambito più vasto?
«In montagna si è mantenuta più a lungo, ma se si guarda la Toscana dell'ottocento escluse le grandi città, in tutti i paesi dalla Lucchesia e delle province di Pisa e di Livorno si rappresentavano i Maggi; negli archivi locali si trovano molti documenti, perché per poter effettuare la rappresentazione, occorreva esperire una pratica di polizia che comportava la consegna dei copioni e degli elenchi dei cantori».

Insomma un'espressione significativa di produzione culturale.
«Infatti, non era solo la sopravvivenza isolata di riti antichissimi, ma fenomeno di cultura di massa che coinvolgeva tutti i paesi e portava sulla scena, grazie a poeti popolari e attori popolani, radici antiche che fanno pensare al dramma elisabettiano. E non è casuale che sia nato in Toscana, perché qui anche i contadini analfabeti potevano capire la grande poesia e c'erano poeti-pastori. Per il rapporto con la lingua italiana che in altre regioni era impossibile realizzare, prese vita e si estese nel XIX secolo una cultura di massa di alto livello, che ha coinvolto autori, attori e pubblico, in pratica intere comunità. Facendo il conto dei biglietti venduti si vede che c'erano tutti gli abitanti, di tutte le classi sociali.
Il fatto di attingere a fonti classiche, alla tragedia greca, all'Ariosto, al Tasso, colmava il divario tra cultura "colta" e cultura popolare.
Un esempio per tutti: a Castagneto Carducci, il dottor Michele, il padre del poeta, originario di Pietrasanta, era lui stesso autore di Maggi, e Giosuè Carducci ricorda di aver provato a scriverli... Oggi ci sono ancora autori e rappresentazioni, ma solo in alcune aree. Nell'ottocento, invece, fu fenomeno di grande diffusione».

Ma è vero che si rappresentavano all'aperto?
«Si rappresentavano nei teatri ma anche all'aperto. Oltre ai maggi itineranti con squadre di ragazzi che andavano di borgo in borgo, di casa in casa, il maggio drammatico si rappresentava nei castagneti o nelle piazze, con il pubblico disposto tutto intorno; nel pisano comunque, già intorno alla metà dell'Ottocento, si edificarono teatri appositamente per il Maggio. Si ebbe così una duplice modalità di rappresentazione: quella all'aperto, più arcaica non aveva gli elementi di "condizionamento" del teatro ufficiale come i costumi o il suggeritore in buca».


L'intervistato
Professor Fabrizio Franceschini, docente di Linguistica italiana all'Università di Pisa

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Maggio 2011

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