Dal linguaggio dei giovani il futuro della lingua

Scritto da Marco Lodoli |    Ottobre 2015    |    Pag.

Insegnante di Italiano in un istituto professionale di Roma. Scrittore, editorialista de "La Repubblica" su giovani e scuola.

“Molti italiani scrivono, ma pochi leggono. Però in questa minoranza ci sono per fortuna ancora tanti ragazzi”

Italiano

Chi insegna a scuola ha il privilegio di osservare in anticipo i mutamenti sociali, culturali, antropologici della propria epoca e anche del futuro più imminente: i ragazzi assorbono l’aria del tempo, la trasformano rapidamente in gesti, comportamenti, mode, pensieri e sentimenti, rendono visibile l’invisibile. Basta guardarli con attenzione per intuire la direzione che il paese sta prendendo.

Basta ascoltarli, perché la loro lingua esprime perfettamente l’evoluzione intellettuale ed emotiva dei nostri giorni. Un esempio: negli anni Settanta i ragazzi punteggiavano i loro discorsi con quel “cioè” che pretendeva di spiegare tutto, era un tic verbale che evidenziava il desiderio di sciogliere razionalmente ogni nodo, anche se spesso i fili del discorso si aggrovigliavano ancora di più.

Oggi il termine che meglio racconta questi anni è “praticamente”: i miei studenti lo ripetono di continuo, “praticamente il film ci dice che…”, “praticamente le poesie di Leopardi vogliono esprimere un pessimismo assoluto…” e così via. Ascoltandoli battere e ribattere su questo avverbio, ho compreso tante cose: oggi i ragazzi si aspettano soluzioni concrete ai loro problemi, non hanno nessuna voglia di perdersi in chiacchiere fumose, hanno un atteggiamento scientifico, sperimentale, pragmatico nei confronti della vita. E forse anche per questo, la lingua italiana, che da sempre è lingua poetica, capace di dare una forma morbida e musicale a ogni vaghezza, a ogni mistero dell’esistenza, traversa un momento difficile.

Marco lodoli
Marco Lodoli Insegnante di Italiano in un istituto professionale di Roma. Scrittore, editorialista de “La Repubblica” su giovani e scuola

Oggi la nostra lingua chiede in prestito molti termini all’inglese, idioma dominante nell’economia, nei computer, nello sport, nel lavoro. Altrove, in Francia e in Spagna ad esempio, hanno fatto muro contro l’invadenza dell’inglese, traducono ogni parola nelle loro lingue: noi invece, in nome della funzionalità, abbiamo accolto totalmente l’inglese, i ragazzi lo sentono come lo strumento della modernità e dell’efficienza. E così per gli insegnanti di lettere tutto diventa più complicato: Petrarca, Machiavelli, Tasso, Foscolo, Leopardi sono diventati autori difficili da far amare proprio perché difficili da decifrare linguisticamente.

Bisogna aggiungere anche che questi non sono anni di grandi letture, le librerie arrancano e le case editrici sono in crisi nera. Molti italiani scrivono, ma pochi leggono. Però in questa minoranza ci sono per fortuna ancora tanti ragazzi, conquistati dai romanzi fantasy o dai gialli più che dai ponderosi tomi dei classici o dalla saggistica. Leggono per appassionarsi, per sognare, per evadere “praticamente” dalle miserie del tempo e immaginare mondi nuovi.

Insomma, l’Italia e l’italiano si muovono insieme, a volte zoppicano, perdono memorie e congiuntivi, ricordi e vocaboli, però non dobbiamo disperarci: la lingua è un organismo vivo, sa come ricrearsi, come raccogliere la vita, come raccontarla.