Una patologia antica, dovuta allo stile di vita. I rimedi

Scritto da Alma Valente |    Febbraio 2013    |    Pag. 44

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Per molte persone è difficile parlare di un problema così delicato, per timidezza o anche per vergogna. Eppure circa il 50% della popolazione del nostro Paese nel corso della vita ha presentato qualche piccolo disturbo alle emorroidi.

Se parliamo invece delle forme più gravi, che necessitano anche di intervento chirurgico, la loro prevalenza è di circa il 5%.

Una patologia, questa, nota da tantissimo tempo: basti pensare che il rimedio viene menzionato già in un papiro egizio del 1700 a.C.; il loro trattamento lo troviamo anche nel Corpus Hippocraticum del 460 a.C. dove si parla di un intervento chirurgico, anche se rudimentale. La prima comparsa del termine emorroidi è del 1398 nella lingua inglese, basato sull'unione delle parole greche che significano "sangue che scorre".

Dopo tanti secoli, questa patologia così imbarazzante e dolorosa può trovare però la sua soluzione. Ma entriamo nello specifico: le emorroidi si trovano al termine del canale anale e sono costituite da tre "cuscinetti" che contribuiscono al corretto funzionamento dello sfintere, cioè quella "valvola" che permette di trattenere o far uscire le feci. A formarle concorrono sia tessuto di sostegno che muscolare, dove sono presenti numerosi vasi sanguigni.

La vera causa della comparsa di questa patologia non è ancora ben chiarita, ma alla loro formazione contribuiscono numerosi fattori legati allo stile di vita e al comportamento di cui parliamo in una sezione dedicata. La loro presenza si manifesta con bruciore all'evacuazione, la comparsa di piccoli noduli esterni, di cui ci accorgiamo lavandoci e, talvolta, dal sanguinamento; in ogni caso alla prima comparsa dei sintomi, occorre parlarne con il nostro medico di famiglia, perché l'intervento per essere efficace deve essere precoce.

Cosa fare

Con l'aiuto del dottor Antonio Todaro, responsabile del Servizio di coloproctologia presso l'Azienda ospedaliero universitaria di Careggi, cercheremo di esaminare i rimedi. «I principali cardini della terapia medica - esordisce il dottor Todaro - si basano soprattutto sulla correzione di abitudini sbagliate.

Da un punto di vista farmacologico i rimedi possono essere o pomate locali decongestionanti a base di cortisone, o altre sostanze antinfiammatorie ed anestetici locali, prodotti facilmente reperibili in farmacia.

Per via orale sono molto usate una serie di sostanze di origine naturale che hanno mostrato una certa efficacia, ma dobbiamo pensare sempre che questi interventi leniscono i sintomi, ma non curano la causa». 

Quando compare il dolore, occorre escludere la presenza di una trombosi emorroidaria; pertanto è opportuna una valutazione specialistica per individuare la diagnosi più corretta. L'indicazione a una procedura chirurgica viene data solo quando non è più possibile controllare i sintomi con la terapia medica e di supporto».

Interventi chirurgici

«Esistono procedure finalizzate al solo controllo temporaneo dei sintomi - aggiunge il dottor Todaro -, eseguite generalmente a livello ambulatoriale, come la legatura elastica o altre procedure sempre più in disuso per inefficacia o effetti collaterali (crioterapia, scleroterapia, laser ecc.) che non garantiscono assolutamente la soluzione del problema.

L'approccio chirurgico vero e proprio invece, da eseguire inevitabilmente in strutture ospedaliere, prevede tre possibilità: l'asportazione delle arterie con doppler (THD), l'asportazione secondo il metodo di Longo del tessuto uscito dallo sfintere e l'asportazione radicale delle emorroidi».

La prima procedura non trova indicazione nelle forme più avanzate, ma può essere utile nel breve periodo per il controllo di forme più lievi. «Le vere alternative, al momento, sono rappresentate dalle altre due procedure - continua Todaro -.

L'intervento secondo Longo non prevede l'asportazione delle emorroidi, nell'idea di una loro funzione fisiologica da preservare, ma semplicemente il loro riposizionamento in sede anatomica attraverso un "lifting" eseguito attraverso l'uso di una suturatrice meccanica.

I principali vantaggi sono legati al minore dolore postoperatorio, alla più precoce ripresa della normale attività quotidiana e alla minore degenza in ospedale (generalmente 24h). Ovviamente, non asportando le emorroidi, ma riposizionandole solamente, è possibile che, se non vengono corrette le condizioni predisponenti si possa più facilmente andare incontro a recidiva.

L'asportazione, invece, rappresenta l'intervento classico e prevede la rimozione dei tre principali cuscinetti emorroidali in tutta la loro estensione. Una procedura che presentando ovviamente un più basso tasso di recidive, è però gravata da un decorso postoperatorio decisamente più complesso, con maggior dolore e una maggiore difficoltà nel tornare alla consueta attività quotidiana».

Proprio per i problemi correlati al dolore postoperatorio, ogni giorno vengono proposti, anche dai media, e presentati come miracolosi, metodi privi di complicazioni e dal sicuro successo. «Nella realtà - conclude Todaro - poche delle tecniche proposte sono efficaci e tutte legate a possibili complicanze, talvolta anche molto gravi.

È per questo motivo che non c'è un metodo di cura unico e privo di fastidi, ma esiste un paziente con una vera e propria malattia, che più facilmente potrà beneficiare di una tecnica piuttosto che di un'altra.

Dunque la decisione del trattamento chirurgico più appropriato non può che essere presa da uno specialista che ha a disposizione la possibilità di poter eseguire tutte le procedure e che sceglie quella più indicata insieme al paziente, piuttosto che seguendo la pubblicità».

Per questo l'Aou di Careggi da molti anni offre un servizio di proctologia (di cui responsabile è il dottor Todaro) dedicato alla cura di queste patologie, con prestazioni erogate dal Sistema sanitario regionale.

Prevenzione

Alcuni cibi, se usati in eccesso, possono contribuire alla formazione delle emorroidi: le bevande alcoliche (inclusi vino e birra), gli insaccati, la cacciagione, i formaggi stagionati e fermentati, il cacao, i condimenti contenenti spezie, le salse piccanti, le fritture, le melanzane ed i peperoni.

Occorre combattere la stipsi bevendo molta acqua (più di 2 litri al giorno), assumendo alimenti ricchi di fibre quali verdure, frutta, pane e pasta integrali. Se ciò non bastasse si possono usare gli integratori a base di psyllium, reperibili in farmacia. Sono inoltre da evitare i lassativi irritanti la mucosa del colon.

Una regolare attività fisica, ad esempio camminare di passo svelto per almeno mezz'ora al giorno, aiuta la risoluzione del problema. Al contrario anche l'uso prolungato della bicicletta, specie se il sellino è scomodo, è da evitare.

È bene anche smettere di fumare, non sollevare pesi eccessivi, non trattenersi dall'andare in bagno se c'è lo stimolo e, per quanto riguarda i più giovani, evitare pantaloni troppo stretti.

(Nella foto, l'intervistato Antonio Todaro, responsabile del Servizio di coloproctologia presso l'Azienda ospedaliera di Careggi)

(Disegno di L. Contemori)


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