I cambiamenti climatici e i mancati rimedi visti dal professor Maracchi

Scritto da Silvia Gigli |    Febbraio 2016    |    Pag. 6

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Neve a Firenze - Foto F. Giannoni

Attualità

Anno bisesto, anno funesto? Sono solo superstizioni. Non esistono basi fisiche che possano suffragare la tradizione popolare. «L’anno bisestile è una finzione umana che serve a riaggiornare il calendario, nient’altro», taglia corto il professor Giampiero Maracchi, illustre climatologo nonché presidente dell’Accademia dei georgofili. 

Se nel corso del 2016 si verificheranno episodi climatici inconsueti e preoccupanti, come quelli in parte avvenuti nel 2015, dalle tempeste di vento alle piogge torrenziali fino ai fiori sbocciati in dicembre, non sarà certo colpa dell’anno bisestile ma della continua sottovalutazione della questione ambientale.

Professor Maracchi, adesso che il cambiamento climatico si tocca con mano, pensa che i governi nel mondo potranno fare qualcosa per invertire la rotta?

«Mi permetta di essere scettico. Sono venticinque anni che come climatologi lanciamo allarmi su quello che poi è avvenuto e probabilmente avverrà nei prossimi anni, ma niente di concreto è stato fatto. Le piogge saranno sempre più intense, il vento produrrà fenomeni mai visti, come nell’agosto scorso a Firenze, la siccità avrà tendenze persistenti e i ghiacciai continueranno a sciogliersi. Se pensa che a dicembre abbiamo avuto fenomeni di alta pressione come quelli che di solito si verificano a luglio, può capire a che punto siamo arrivati».

Nei mesi scorsi l’allarme smog ha toccato vette record e le amministrazioni hanno introdotto provvedimenti come le targhe alterne che però non hanno prodotto grandi benefici.

«Le targhe alterne sono un pannicello caldo. Il problema delle polveri sottili nelle città è il risultato della circolazione veicolare in zone assai più grandi delle città stesse, penso alle autostrade, dove quotidianamente si muovono mezzi pesanti che portano merci in ogni angolo d’Europa. Se venisse applicata l’esternalità sui trasporti internazionali, ovvero se venisse stabilito il costo dell’impatto di emissioni di un chilo di uva trasportato in Italia dal Brasile, forse torneremmo a comprare prodotti locali e ne beneficerebbe anche la nostra economia».

I singoli Comuni, quindi, non possono far niente.

«Il fatto è che si tratta di un problema globale. Voglio essere chiaro: o si cambia il modello economico che ci ha accompagnato negli ultimi cento anni o saremo sommersi dai problemi legati al cambiamento climatico, all’inquinamento, alla produzione di rifiuti. La crisi non è solo ambientale, è principalmente economica e politica. Solo intervenendo a questi livelli si può sperare di fare qualcosa».

Il recente incontro sul clima di Parigi ha dato segnali in questo senso?

«A mio avviso le 31 pagine del documento di Parigi lasciano il tempo che trovano. È stato il festival degli slogan. Certo, ci sono stati interessanti documenti allegati che però nel testo finale mancano. O si è tutti consapevoli che il 40% dei gas che producono l’effetto serra sono derivati dai trasporti che avvengono su migliaia e migliaia di chilometri e si ha una visione d’insieme di questi problemi, o non si arriva a nulla. Se pensa che il protocollo di Kyoto del 1997 prevedeva di contenere le emissioni a un certo livello e invece queste sono aumentate, capisce che i summit servono a poco se non sono seguiti da scelte politiche concrete».

Perché avviene tutto questo?

«La ragione per cui non c’è la volontà politica risiede nella crisi della politica che è sottoposta alla volontà dei grandi centri di interesse economico. Il mercato ha dei limiti e la politica dovrebbe controllarlo, in realtà avviene l’inverso. È un fatto. Fino agli anni 80 il nostro modello economico ha funzionato, poi la finanza che non crea ricchezza ha stravolto tutto, e adesso siamo al punto di non ritorno. O si cambia o ci sono poche speranze. Siamo in presenza di una crisi enorme, una svolta come quella che avvenne a metà del ‘700 con l’Illuminismo, ma la gente non se ne accorge».

Nel concreto cosa può fare un cittadino per contribuire al cambiamento?

«Anche piccole cose. Invece di comprare l’uva a Natale, acquisti delle mele, eviti di preferire i prodotti cinesi a quelli italiani: è un modo per far diminuire i costi ambientali del trasporto di merci da un continente all’altro. Merci che si potrebbero tranquillamente trovare anche qui».

Cosa pensa del ritorno alla terra e del fenomeno degli orti in grande crescita?

«È una cosa positiva. Una delle soluzioni al cambiamento del clima è una nuova visione dell’agricoltura. L’Unione europea sta dicendo da alcuni anni di usare al massimo le tecnologie agricole, ovvero le materie prime che si ottengono dall’agricoltura, dal legno alle fibre. Sarebbe un ritorno al passato e al tempo stesso uno sguardo nuovo e maturo sul futuro».

L’intervistato: professor Giampiero Maracchi, climatologo e presidente dell’Accademia dei georgofili.

Video