Le femmine contro la violenza dei maschi

Scritto da Silvia Amodio |    Marzo 2018    |    Pag. 10

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Famigliola di bonobo

Famigliola di bonobo - Foto E. Palagi

Animali

Osservare gli animali, in particolare quelli più vicini a noi, come le scimmie antropomorfe, può aiutarci molto a capire anche le origini del nostro comportamento e, magari, imparare qualcosa.

Ne sa qualcosa Elisabetta Palagi, etologa del Museo di storia naturale dell’Università di Pisa, che da anni studia i bonobo e gli scimpanzé, svelandoci affascinanti retroscena. Sebbene siano due specie (Pan paniscus la prima e Pan troglodytes la seconda) simili nell'aspetto, hanno comportamenti molto differenti. Questo è dovuto al fatto che a un certo punto della loro evoluzione hanno preso strade diverse. «Entrambe le specie vivono in gruppi che possono contare fino a 200 individui, divisi poi in sottogruppi che nei bonobo sono molto più numerosi. Una differenza - spiega la ricercatrice - che dipende da fattori ecologici: il consumo di una dieta molto più ampia, per esempio, ma, soprattutto, dal fatto che i bonobo sono noti per la loro grande tolleranza sociale. Le femmine di entrambe le specie migrano, una volta raggiunta la maturità sessuale, per evitare l'accoppiamento tra consanguinei e favorire uno scambio genetico. Questo significa che, a causa di tali spostamenti, sia le femmine di bonobo che quelle di scimpanzé non hanno stretti legami parentali, al contrario dei maschi che, essendo più stanziali, hanno più legami di sangue».

E qui arriva il bello, ci racconta la ricercatrice: «Tra gli scimpanzé questo sodalizio tra maschi porta ad un controllo sociale e a un dominio sulle femmine, mentre tra i bonobo le femmine hanno sviluppato una serie di comportamenti (il gioco, il sesso, lo scambio di cibo) che rinsaldano le relazioni e creano vere e proprie alleanze. Questa strategia sociale fa sì che siano loro a tenere sotto controllo la situazione collocandosi gerarchicamente su un piano superiore rispetto ai maschi. Nessun individuo dotato di buon senso oserebbe sfidare un gruppo compatto di femmine! Durante il periodo fertile, come abbiamo visto, le femmine di scimpanzé vengono rapite dai soggetti dei sottogruppi per sottostare ai “doveri coniugali”, spesso in maniera coercitiva».

Rientrano poi nel nucleo di origine e, se tutto va come natura comanda, il viaggio di ritorno è fatto in dolce attesa.


L'amore non la guerra

«Nei bonobo, invece, poiché c’è molta coesione tra le femmine - prosegue Palagi -, ai maschi non viene concesso di agire con la forza, contrastare una di loro significa trovarsele tutte contro. Una scelta che non gli converrebbe per niente! Per questa ragione "fanno l'amore" con chi gli pare, quando gli pare». Questo è un aspetto un po’ piccante che differenzia le due specie, infatti, «mentre tra gli scimpanzé gli accoppiamenti sessuali sono limitati al periodo fertile e finalizzati alla riproduzione - prosegue l’etologa - nei bonobo le femmine sono disponibili sempre. L’erotismo è preso molto seriamente, tutti scambiano contatti sessuali con tutti, anche tra individui dello stesso sesso». Un noto primatologo, Frans de Waal, che recentemente ha tenuto una conferenza proprio al Museo di storia naturale di Calci, non a caso le ha definite le scimmie a luci rosse e uno dei suoi primi articoli, pubblicato negli anni ‘90, riportava questo titolo: Fate l'amore non fate la guerra. Ogni tensione viene stemperata attraverso il sesso e pare che i risvolti sociali siano incoraggianti.


Contro la violenza

«La morale della favola - sostiene la Palagi - è che le forme di cooperazione femminili sono vincenti per sopraffare coloro che vorrebbero ottenere qualcosa con la forza. Aiutarsi è un investimento che porta benefici individuali e collettivi. Se spostiamo queste osservazioni sulla società umana, arriviamo a conclusioni simili. Questi giochi di potere legati al genere mi fanno venire in mente episodi purtroppo molto frequenti. I femminicidi e le violenze domestiche riempiono le pagine delle cronache. Se ci pensate bene, queste vicende sono più rare nei gruppi familiari numerosi e dove le donne sono legate e complici tra di loro. Quasi sempre sono drammi che, come abbiamo visto, non riguardano una particolare area geografica o una precisa classe sociale, ma si consumano in contesti il cui filo conduttore è la solitudine. Viviamo in un mondo globalizzato, ma allo stesso tempo individualista. Abbiamo perso l'idea di villaggio, di famiglia estesa, di scambi tra le persone, il concetto di prendersi cura insieme della prole. Oggigiorno viviamo su facebook e sui social, sappiamo quello che succede dall'altra parte del mondo, ma non sappiamo nulla del nostro vicino di casa».

«Stiamo vivendo un isolamento sociale preoccupante - ammonisce la dottoressa -. Ricordo che quando ero bambina, nella famiglia di mia nonna, le donne ogni pomeriggio erano tutte insieme a ricamare, per parlare e raccontarsi. In quel contesto non sarebbe stato possibile esercitare una violenza perché le altre lo avrebbero impedito. Più una donna ha un ruolo importante, tanto più viene garantito un equilibrio nel gruppo. Nelle famiglie matriarcali, per esempio, sono loro che rappresentano l'ago della bilancia».

L’intrevistata

Elisabetta Palagi, etologa del Museo di storia naturale dell’Università di Pisa, presidente dell’associazione di Primatologia italiana e membro del direttivo della Società italiana di etologia



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