Per conoscere i mestieri di una volta

Scritto da Pippo Russo |    Marzo 2018    |    Pag. 41

Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

Signa

C'è stato un tempo in cui la paglia è stata un'importante risorsa per l'economia toscana, fino a dar vita a un sistema produttivo diffuso. E in quell'economia la città di Signa ebbe un ruolo centrale. Avveniva nella prima metà del diciottesimo secolo. Per l'esattezza, stando a quanto riferiscono le notizie storiche, agli anni fra il 1714 e il 1718. E a dare un impulso alla nascente produzione fu Domenico Michelacci, proveniente dalla provincia di Forlì, che all'epoca faceva parte della Romagna toscana. Nato nel 1669 a Galeata, Michelacci ebbe uno stretto rapporto con Signa. Qui vide la possibilità di sviluppare le lavorazioni della paglia, facendone una fiorente industria, e qui rimase fino alla morte avvenuta il 3 agosto 1739.

Proprio alla figura di Michelacci è dedicato il Museo della paglia e dell'intreccio, che la città di Signa ha inaugurato nel 1997 per mantenere viva la memoria della sua antica vocazione produttiva. Quella vocazione si sviluppò grazie a un’intuizione di Michelacci, che individuò un tipo di grano da destinare esclusivamente ai lavori d’intreccio. Si tratta del grano marzuolo, così denominato perché la sua semina viene effettuata nel mese di marzo, e caratterizzato dal fatto d’essere molto resistente alla siccità. Veniva seminato in modo intensivo e raccolto prima che giungesse a maturazione. Grazie a questi accorgimenti tecnici fu possibile ricavare una qualità di paglia da utilizzare per produzione di oggetti in intrecciato, primi fra tutti i cappelli. Nelle sale espositive del Museo della paglia e dell’intreccio ne esistono di ogni forma e qualità. E questa ricchezza di materiali, oltre a testimoniare l’evoluzione delle tecniche e il progressivo aumento della qualità produttiva, mostra il variare dei gusti attraverso le epoche.

Accanto alla festa di forme e intrecci, frutto di un’attenzione sempre più alta verso l’estetica degli oggetti, trovano spazio le testimonianze documentali sulle condizioni di lavoro e sui lavoratori. Che in realtà, per grossa parte, furono lavoratrici. E diedero vita a una particolare figura ormai estinta: quella della trecciaiola. Una lavorante che doveva fare affidamento su un’elevata capacità, che la portò a sviluppare del talento molto simile a un’arte. E che certi mestieri siano arti lo si capisce soltanto quando si estinguono, soppiantati dalle tecniche meccanizzate di produzione. Loro, le trecciaiole, lo vivevano come nulla più che lavoro quotidiano. Pure caratterizzato da condizioni di durezza e scarsa gratificazione, nel contesto di un’economia che consegnava alle donne un ruolo tanto determinante quanto poco riconosciuto. Si deve a loro il primo sciopero femminile che si sia registrato in Italia. Avvenne il 15 maggio 1896, e in breve tempo la mobilitazione si allargò all’intera provincia di Firenze. Le trecciaiole chiedevano pane e lavoro, oltre alla giusta retribuzione per un mestiere molto più duro di quanto s’immagini. Quella durezza è testimoniata in un manifesto presente nel museo, in cui viene fatto un collage di foto sulle deformazioni cui erano soggette le estremità delle dita a causa della lavorazione della paglia per i cappelli. Una delle tante cose del passato che sono state dimenticate. Il museo di Signa prova a mantenerne il ricordo. L'operazione si può dire riuscita.


Museo della paglia e dell'intreccio Domenico Michelacci, via degli Alberti 11, Signa (FI). 

Orari d'apertura: martedì, mercoledì e venerdì ore 15-19; giovedì ore 9-13, 15-19; sabato ore 9-13. Ingresso: ordinario 5 euro, ridotti 4 euro.



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